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Dietro la strage di Bangkok nessuna pista è da escludere

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La violenta esplosione di lunedì scorso al santuario Erawan nel centro di Bangkok, vicino ai grandi centri commerciali di Siam Square, che ha provocato più di venti vittime e quasi centocinquanta feriti, non è ancora stata rivendicata da nessuno. E forse non lo sarà mai. Perché in Thailandia, molto spesso, gli attentatati rimangono anonimi.

Fino ad ora, non è stato emesso nessun mandato di arresto, ma la polizia sta cercando un sospetto ripreso dalle telecamere di sicurezza presenti nella zona. Nel video si vede un giovane uomo con i capelli scuri, indossa una maglietta gialla, si siede su una panchina nel santuario di Erawan – che oggi è stato riaperto –  e appoggia uno zaino per terra prima di andarsene. Poco dopo avviene l’esplosione. Ma le immagini riprese sono sgranate ed è molto difficile identificare l’uomo. Per questo le autorità hanno offerto una ricompensa di un milione di baht – la moneta locale – a chiunque fornisca informazioni che conducano al presunto attentatore.

 

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Nel video un secondo uomo in atteggiamento sospetto.

Somyot Poompanmoung, capo della polizia thailandese, ha sostenuto che l’attentato di lunedì è stato compiuto da più persone: «Non lo ha fatto da solo, è sicuro. È una rete». Intanto, sempre nel video dove si vede il giovane considerato il colpevole materiale dell’attentato, molti utenti dei social network hanno notato un atteggiamento sospetto di una seconda persona che indossa una maglietta rossa.

Nessuna pista è da escludere.

Il generale Prayuth Chan-Ocha, che è anche primo ministro dopo il colpo di stato del maggio del 2014, ieri ha puntato il dito contro un «gruppo anti-governativo basato nel nord della Thailandia», roccaforte dell’opposizione che sostiene la famiglia Shinawatra. Ma i sospetti sono tanti e nessuna pista è da escludere. Neanche quella che porta ai sostenitori del golpe militare, i quali potrebbero aver agito per legittimare la repressione ed il controllo in atto nel Paese.

Da non escludere c’è anche la guerriglia musulmana separatista del sud della Thailandia che, dal 2004 ad oggi, ha provocato più di seimila vittime. Anche se non hanno mai operato nelle zone lontane dalle province di Pattani, Narathiwat e Yala. E le modalità dell’attentato non sembrano portare la loro firma.

Infine c’è anche l’ipotesi di una vendetta da parte degli Uiguri, una minoranza musulmana della regione dello Xinjiang discriminata dal governo di Pechino, in risposta alla rimpatrio forzato in Cina di oltre cento di loro l’anno scorso. Ad avallare questa pista c’è anche il fatto che il santuario di Erawan viene visitato da moltissimi turisti cinesi.

Una nuova esplosione.

Ieri, intorno all’ora di pranzo, un altro ordigno – questa volta di piccola entità – è esploso in acqua, nei pressi del molo Sathorn, sul fiume che attraversa la città, sotto il ponte Saphan Taksin, distante quattro chilometri dal santuario hindu di Erawan. L’esplosione non ha causato nessun ferito. Ma la tensione resta alta in tutta Bangkok.

 

 

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