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RETROSCENA

Il disimpegno di Washington

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La politica estera degli Stati Uniti è in ritirata da tutti gli scenari di crisi. Qual è dunque la nuova strategia?

Il mondo ha visto passare molto velocemente questi tre anni della presidenza Trump e presto gli Stati Uniti d’America si troveranno a rivivere le frenetiche dinamiche delle presidenziali. Saranno mesi ricchi di grandi colpi di scena nell’arena politica americana. Da un lato, i Democratici dovranno decidere chi sfiderà il Presidente. Dall’altro, i Repubblicani faranno i conti con i primi segnali che mettono in discussione la leadership del tycoon: nel Congresso, dove emergono preoccupanti novità sull’inchiesta legata all’impeachment, e nel Paese, dove recentemente i Democratici hanno vinto in Virginia e Kentucky (cioè in due dei tre Stati dove si è votato nell’ultimo Election day).

Le elezioni presidenziali sono l’espressione massima della democrazia americana e ripetono una serie di rituali che scandiscono intere epoche, con effetti che si riverberano ben al di là dei confini americani e che a volte cambiano il mondo, imponendo scelte che avranno un impatto destinato a durare nel lungo periodo. A riguardo potremmo usare un concetto preso in prestito dalla scienza politica, quello di “path dependence”. Si usa per dire che la storia a volte si trova su dei percorsi legati a eventi passati e questi eventi condizionano l’avvenire. Si entra in uno scenario dal quale non ci si può sottrarre, finché un cambiamento radicale impone un nuovo percorso, scardinando il sistema in vigore.

L’arrivo di Trump alla Casa Bianca è stato uno dei momenti in cui la storia ha cambiato drasticamente il suo cammino. Questo è sicuramente vero per la politica estera. Tra l’altro, la grande assente nei temi dei recenti dibattiti tra i candidati, ma non per questo un tema di poco conto. Basti pensare che è stato uno dei punti di forza della campagna elettorale che portò Trump alla vittoria nel 2016 ed è una priorità di tutte le amministrazioni che si sono succedute a Washington dai primi decenni dello scorso secolo. Gli Usa sono il Paese che è più impegnato all’estero ed è dall’estero che dipendono molte delle variabili chiave della sua potenza: alleanze e missioni militari, reti diplomatiche, legami economici, scambi commerciali, infrastrutture reali e virtuali, e molto altro.  

Gli esperti di geopolitica sono concordi nel ritenere che il motto “America First”, abbia ridefinito alcuni degli assunti delle relazioni internazionali che erano rimasti immutati negli ultimi decenni. Potremmo valutare questo cambiamento considerando vari aspetti: i difficili rapporti con gli alleati occidentali (i rapporti con la Cancelliera Merkel e il Presidente Macron), i nuovi motivi di divisione in Europa (si ricorderà l’endorsement su Brexit), gli interrogativi sulla Nato (definita da Trump costosa e anacronistica), la politica commerciale (nei rapporti con la Cina), la strategia nucleare (nei rapporti con la Russia) e l’abbandono dalla cooperazione multilaterale sull’ambiente.

Nonostante questi sviluppi inattesi della politica estera americana, molti dei dossier citati dipendono in gran parte dalla volontà politica e basterebbe poco, al prossimo Presidente o allo stesso Trump se dovesse esser rieletto (e cambiare idea), per ripristinare una politica convenzionale in tutti questi fronti. Tuttavia, tra tutti gli ambiti che interessano la politica estera americana, vi sono alcuni settori ben più complessi, dove l’America First si è fatto sentire molto di più e non sarà facile tornare indietro. L’ambito d’azione in cui la strategia americana sta cambiando di più è l’area del Medio Oriente e del Golfo. La cartina di tornasole che più ci interessa, per molte ragioni. Ad esempio, perché è l’area di incontro e scontro di civiltà, una regione filtro dove sono condensati gli interessi e le rivalità internazionali tra i paesi più potenti del mondo.

Se volessimo ribattezzare la nuova politica estera americana osservando questa regione, potremmo parlare dell’interventismo delle due “emme”: minimo e mirato. Sembrerebbe un controsenso alla luce della retorica di Trump, ma non è cosi e vediamo di cosa si tratta usando una prospettiva di lungo periodo. Il 2020 è l’anno che segna due anniversari: quarant’anni fa nasceva la dottrina Carter e trent’anni fa iniziava la guerra del Golfo. L’approccio dell’America di Trump a quella parte di mondo è molto diverso rispetto a quegli anni.

Nel 1980 il Presidente Jimmy Carter metteva in guardia ogni rivale dell’importanza del Golfo, dicendo che ogni possibile tentativo di controllare la regione sarebbe stato considerato “un assalto agli interessi vitali degli Usa”. Carter aggiunse che Washington avrebbe usato la forza militare per assicurarsi il controllo dell’area. Dieci anni dopo iniziavano le missioni della guerra del Golfo e la potenza americana, guidata dal Presidente George H. W. Bush, agiva in sintonia con le Nazioni Unite, intervenendo nell’area. Poco meno di venti anni fa, dopo l’11 settembre, il Presidente Bush Jr. spiegava nel suo celebre discorso a West Point che gli Usa avrebbero agito anche con missioni militari al di là delle Nazioni Unite, per difendere la democrazia e ripristinare la sicurezza. In altre parole, si preparavano le guerre in Afghanistan e Iraq. Nasceva, nel nome della legittima difesa, la dottrina Bush. Sono queste le tappe della massima espansione del controllo americano sull’area. Dopo il climax raggiunto con le guerre in Afghanistan e Iraq degli anni Duemila, gli Usa hanno iniziato la lenta fase di contrazione della loro influenza in quella parte così delicata del mondo.

l due mandati di Obama si sono contraddistinti per la strategia del “leading from behind”, ossia non provocare e guidare gli eventi, ma assecondare il loro corso, abbandonando posizioni di rischio e tentativi di determinare mediante la forza le sorti di popoli e Paesi. Gli anni di Obama sono anche quelli dell’incertezza nell’area causata dal Pivot Asia. Si spostano gli interessi americani nella regione e si assiste alla ricerca di un nuovo punto di equilibrio: una transizione da un sistema di controllo che faceva capo agli Usa a un sistema di controllo conteso tra Americani, Cinesi, Russi e molte altre potenze. Sembra ormai più che plausibile la transizione di interi Paesi, Afghanistan in primis, dalla sfera di influenza americana a quella cinese. Al contempo, non si può escludere che Turchia e Siria, si stiano spostando nella sfera d’influenza russa.

Veniamo a Trump: già due anni fa il Presidente in carica aveva annunciato via tweet il ritiro delle truppe e, per le resistenze del Pentagono, ha dovuto rimandare i suoi piani. Sembra tuttavia scontato che Trump proverà a concretizzare prima delle prossime elezioni il fatidico ritiro di molti contingenti dall’area, come ha ricordato lo scorso novembre nella sua visita ai militari americani a Kabul.

Questi accenni agli eventi degli ultimi quarant’anni, delineano una linea rossa che oggi trova il suo compimento in quello che gli storici un giorno potrebbero definire il momento in cui gli Usa hanno fatto il più grande passo indietro nella politica estera, cambiando rotta rispetto agli interessi perseguiti per decenni. L’America di Trump ha provato, a volte con successo e a volte con immense difficoltà, a modificare il perimetro della sua area di intervento.

Non si può negare che i confini della politica di potenza e le forme di influenza che Washington proietta oggi sul pianeta non sono quelli di venti o trenta anni fa, ma dire che l’America si sia chiusa al mondo − come molti avevano predetto anni fa − sarebbe fuorviante. Oggi l’America sta ricalibrando la sua politica estera in modo più flessibile, perseguendo pochi target irrinunciabili, riducendo l’impiego di risorse e cercando strategie che possano dare il migliore risultato in tempi brevi. È presto per dire quali saranno le conseguenze di questa parabola della influenza americana, ridotta al minimo nell’area più contesa del mondo. L’unica certezza al momento è che chi ne sarà indebolito saranno innanzitutto, l’Europa e l’Occidente, mentre Russia e Cina non staranno a guardare.

@MatteoLaruffa

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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