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Divorziare ad Algeri

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Nadia vive ad Algeri dove lavora come direttrice della comunicazione in una organizzazione non governativa. Qualche anno fa ha deciso di separarsi dal marito dopo due anni di matrimonio, lui non voleva, ma dopo un iter giudiziario durato più di un anno, Nadia è riuscita finalmente a ottenere la separazione. Non perché avesse addotto validi motivi sull’impossibilità di proseguire la convivenza, ma perché ha potuto ricompensare l’ex coniuge con cinquantamila dinari, cioè cinquecento euro (lo stipendio medio in Algeria è di centocinquantatre euro).

Nadia non aveva tutti i soldi a disposizione, ma pur di liberarsi di quel matrimonio mal riuscito, ha chiesto un prestito al padre.

Il suo è stato il classico divorzio da khol’a, cioè in cambio di soldi, disciplinato dall’articolo 54 del codice della famiglia algerino, per il quale la donna che vuole divorziare senza il consenso del marito, può farlo solo versandogli una somma di denaro, che non supera mai il valore della dote apportata nel matrimonio.

Una norma che sindacati e associazioni femministe considerano degradante per la dignità delle donne, che si ritrovano a dover pagare per riacquistare la propria libertà. Non si sa esattamente quanti divorzi da khol’a vengano conclusi ogni anno in Algeria, ma secondo le stesse organizzazioni per i diritti ormai è diventato il metodo più utilizzato dalle donne della classe media – scrive Jeune Afrique – in un paese che è passato dai trentaquattromila divorzi del 2007 ai settantamila del 2014, secondo i dati del ministero della Giustizia.

Ma a volte neanche i soldi bastano a svincolarsi da un rapporto che non funziona.

L’articolo 53 infatti elenca le dieci condizioni in virtù delle quali una donna, e non un uomo, può separarsi.

Si passa da una generica “infermità a realizzare gli obiettivi del matrimonio” a una “lontananza ingiustificata per più di quattro mesi dal tetto coniugale” fino ai reati che disonorano la famiglia, per finire col classico “disaccordo permanente nella coppia”.  “Una norma che combattiamo da trent’anni e che oggi contrasta col principio di parità tra uomo e donna sancito in Costituzione” denuncia Soumia Salhi, sindacalista e presidente dell’associazione per l’emancipazione femminile.

“Una donna come fa a dimostrare che il marito non dorme a casa o che non assolve ai doveri coniugali? Deve installare un registratore in camera da letto e portare il contenuto in tribunale per provare la propria buona fede?”.

Sulla questione dei figli invece la legge sembra essere più equilibrata, almeno sulla carta: vengono affidati alla madre, ma in caso di nuovo matrimonio la sentenza può essere rivista. L’ex marito dovrà garantire tutti i bisogni, compreso quello a un’abitazione dignitosa, della quale dovrà pagare il canone di affitto. La realtà però è diversa dalla teoria.

Con la crisi degli alloggi e dei prezzi che investe anche l’Algeria, infatti, molte donne faticano a trovare una casa dove poter vivere con i figli e il più delle volte sono costrette a tornare dai genitori. Senza considerare il fatto che sono protagoniste di accanite battaglie giudiziarie per costringere gli ex ad adempiere ai doveri economici post-divorzio. Per arginare il problema a febbraio è stato istituito un fondo di sostegno per garantire i diritti dei minori e delle madri che hanno la custodia dei figli, ma la somma di cinquemila dinari, cioè cinquanta euro, che il giudice generalmente assegna ogni mese per figlio, è decisamente insufficiente per far fronte a tutte le esigenze di vita.

L’ultimo pilastro della discriminazione passa per il ripudio, regolato dall’articolo 48. L’uomo può ripudiare la moglie semplicemente decidendolo, mentre la donna no, il suo rinnegamento passa per una serie di presupposti e rigorose valutazioni dell’autorità giudiziaria. L’8 marzo l’ottuagenario presidente Abdelaziz Bouteflika, che il 17 aprile celebrerà il suo quarto mandato alla guida dell’Algeria, nella residenza di Zeralda, sul litorale ovest del paese, ha incontrato ventuno donne, esponenti di varie professioni: medici, avvocati, capi d’impresa, insegnanti. Jeune Afrique le ritrae tutte in piedi intorno al presidente, vestite alla maniera occidentale tranne una, che indossa un hijab bianco. L’occasione è stata quella giusta per parlare di diritti delle donne e della riforma del diritto di famiglia che Bouteflika aveva già annunciato, soprattutto per quanto riguarda le norme sul divorzio, con l’obiettivo di affrancare la donna da questa condizione di inferiorità sancita nell’attuale codice.

Emanato nel 1984 durante l’era del partito unico, il codice della famiglia algerino è in gran parte ispirato ai principi della sharia, anche se poi è stato rivisto e modernizzato nel febbraio 2005. A distanza di nove anni, oggi sono necessarie nuove riforme che rispecchino i cambiamenti della società e plachino il malumore crescente tra le donne che denunciano discriminazioni. Già il 5 marzo il parlamento aveva approvato una legge contro la violenza sulle donne, stabilendo pene detentive per gli aggressori.

Ma un gruppo di deputati islamisti è insorto condannando il nuovo testo, giudicato contrario all’Islam, troppo ispirato agli standard occidentali, poco adatto a una società musulmana. In risposta alle reazioni dei conservatori, tre giorni dopo, l’8 marzo, in un collegio di Algeri le studentesse si sono presentate a scuola vestite in maniera vezzosa, indossando tacchi alti e sorrisi smaglianti, quasi come a voler lanciare un messaggio ai parlamentari: guai a chi tocca l’emancipazione femminile.

 

@Seregras

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