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Donald Trump e mondo islamico, tra gaffe e affari

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Solo tre mesi fa Donald Trump posava sorridente davanti al Golf Club di Dubai che porta il suo nome. La lista delle sue (studiatissime) gaffe era già lunga, ma il brand Trump non era ancora considerato “tossico” nel mondo islamico, per usare le parole di Alex Malouf, vicepresidente della Middle East Public Relations Association.

Con la proposta di bloccare l’ingresso negli Stati Uniti di tutti i musulmani, il candidato alle primarie repubblicane ha, forse, varcato il Rubicone della decenza per mantenere solidi i suoi affari in Medio Oriente. Trump, infatti, prima di essere un politico, è un grande businessman, con una vasta gamma di interessi, nell’immobiliare (alberghi, grattacieli, golf club, resort, casinò), ma non solo (food, media, retail, persino concorsi di bellezza, come Miss Universo). Ci sarà un impatto sui suoi investimenti nel mondo islamico?

Dopo l’ormai nota dichiarazione, la Damac Properties, ossia la società che sta costruendo a Dubai, assieme al magnate, un complesso golfistico e residenziale da sei miliardi di dollari, aveva deciso di togliere l’enorme cartellone pubblicitario con l’immagine di Trump, impegnato a giocare a golf assieme alla figlia Ivanka. Persino le lettere dorate del suo cognome erano state strappate dall’ingresso del club. Cartellone e targa, in seguito, sono stati nuovamente esposti. Una grande azienda di Dubai, invece, il rivenditore Landmark Group, ha sospeso la vendita di tutti i prodotti (in primo luogo accessori per la casa, ma anche borse e profumi) che portano il marchio Trump, nei propri negozi Lifestyle, popolari negli Emirati, in Kuwait, Qatar e Arabia Saudita (decisione motivata da una forma di “rispetto dei sentimenti dei clienti”).

Malouf dice che, considerato che l’ipotesi di scuse da parte del candidato repubblicano è piuttosto remota – più probabile una sparata ancora più grossa–, sarà difficile per l’uomo d’affari mantenere intatto il suo business in Medio Oriente, perché saranno i suoi partner commerciali a prendere le distanze da lui (come ha già fatto, in parte, il magnate emiratino Khalaf al-Habtoor, che pure lo aveva sostenuto pubblicamente fino a poco tempo fa: “Se dovesse venire nel mio ufficio, lo respingerei”, ha dichiarato). Le mosse della Damac, però, indicano una reazione prudente: la società non aveva commentato ufficialmente la decisione di rimuovere il cartellone pubblicitario e la sigla all’ingresso del club, anzi si era limitata a precisare che gli accordi di business erano stati stipulati con la Trump Organisation e non avevano nulla a che vedere con la politica interna americana.

L’impatto, dunque, potrebbe essere limitato. Anche perché gli investimenti nel mondo islamico del candidato repubblicano non sono enormi, e sono inferiori a  quanto avrebbe sperato. Prima della recessione, infatti, il magnate aveva intenzione di lanciare un grande progetto, del valore di 790 milioni di dollari, il Trump International Hotel and Tower Dubai, nell’isola artificiale di Palm Jumeirah. Ma la crisi del 2008 ha bloccato i piani (che sono stati accantonati definitivamente nel 2011). Lo stesso progetto di costruire una trentina di alberghi in Medio Oriente, annunciato nel 2013 con la volontà di nominare un responsabile, di stanza proprio a Dubai, per aiutare la costruzione del marchio, non ha portato, al momento, alla firma di alcun accordo.

Secondo l’ultimo disclosure finanziario – richiesto a tutti i candidati alla presidenza – Trump ha comunque una serie di interessi in Paesi a maggioranza musulmana: non solo gli Emirati, ma anche Turchia, Indonesia ed Azerbaigian.

Nel novembre 2014 il magnate ha firmato una partnership per aprire un hotel di lusso sul Mar Caspio, il Trump International Hotel &Tower Baku,  grazie alla quale sostiene di avere ricevuto 2,5 milioni di dollari per spese di management. Più che investimenti diretti, nel mondo musulmano Trump ha puntato sullo sfruttamento del marchio: concedendo l’uso del proprio nome per due torri residenziali ad Istanbul ha raccolto una grande cifra in royalties (fino a 5 milioni di dollari). Ad inizio 2015, poi, ha annunciato piani per costruire un resort di lusso a Bali e un golf club a Giava, in Indonesia.

Trump ha stipulato un accordo anche con l’al-Tayer Group di Dubai, che ha consentito l’apertura, quest’estate, di due showroom di mobili, “Trump Home by Dorya” negli Emirati Arabi. Il gruppo, per quanto abbia definito improvvide le dichiarazioni del candidato, ha dichiarato che questo non avrà conseguenze sugli affari. Un’ulteriore indicazione del fatto che l’ennesima gaffe potrebbe avere un impatto economico limitato. A meno che la campagna di boicottaggio del marchio, che qualche commentatore ha invocato, non cominci a prendere corpo.

@vannuccidavide

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