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Dov’è la Rai

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La televisione pubblica cambia. Cosa succede in Europa.

 

La questione tiene banco da settimane: la Rai, la televisione pubblica italiana fondata a Roma nel 1954, è in odore di riforma. In discussione i temi della governance e dell’efficienza, da migliorare con una razionalizzazione delle strutture.

Le newsroom, per esempio, ora sono 11 e soddisfano la fame di notizie di 24 edizioni di telegiornali al giorno, di cui 3 regionali, per un totale di 2.400 ore di programmazione l’anno. La Bbc inglese, per citare quello che molti addetti ai lavori ritengono il punto di riferimento, di newsroom ne ha invece una sola. “Come dimostra il livello di audience, la qualità dell’informazione della Bbc è estremamente alta”, avrebbe detto Mary Hockaday, responsabile della newsroom Bbc, secondo quanto riportato da Corriere.it. Quanto alla Rai invece “ i nostri canali nacquero per competere tra loro, non per cooperare”, ha detto all’Economist Luigi Gubitosi, direttore generale dell’emittente.

La questione, si badi bene, non riguarda solo il Belpaese, ma tutta l’Unione europea visto che, secondo quanto riconosce il Protocollo aggiuntivo al Trattato di Amsterdam del 1997, “il sistema di radiodiffusione pubblica negli Stati membri è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonché all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione”. I contenuti messi in onda da qualunque TV nazionale, poi, con i mezzi odierni raggiungono senza problemi confini extranazionali, tanto da porre la questione della competenza territoriale di eventuali contenziosi su ciò che viene trasmesso, sia in ambito Ue che nell’ambito del Consiglio d’Europa: si pensi ad esempio alla battaglia mediatica in atto in Ucraina, dove radio e TV sono teste di ponte per dar voce alla propaganda delle fazioni in guerra.

Tornando alla Rai, se in Italia sono in tanti a polemizzare su costi e contenuti, pochi hanno elementi oggettivi per valutarla. Per esempio sono poco noti gli indicatori della European Broadcasting Union (EBU), l’associazione con sede a Ginevra che riunisce 73 operatori del servizio pubblico di 56 paesi. Secondo questi dati, in termini di offerta di canali nazionali sul proprio territorio, la Radiotelevisione italiana è al top in Europa. Infatti ha 14 canali, contro 11 della TV pubblica tedesca, 9 della Bbc e 5 di Francia e Spagna.

L’emittente italiana è invece ultima nell’offerta di canali internazionali: oltre alla partecipazione al consorzio Euronews (canale paneuropeo informativo multilingue) ha due sole reti, Rai Italia, rivolta agli Italiani all’estero, e Rai World Premium che propone il meglio della fiction di produzione nazionale. In quest’ambito, vince la sfida l’Inghilterra (Bbc) con 16 canali, seguita dalla Germania che ne ha 7, la Spagna (RTVE) con 4 e la Francia con 3. Numeri che rispecchiano, almeno in parte, la diversa diffusione delle rispettive lingue nei cinque continenti. Una curiosità: alla Rai manca del tutto una stazione radio internazionale, per via delle limitazioni alla potenza del segnale imposte alla fine della Seconda guerra mondiale. Fortunatamente all’epoca la TV non esisteva!

Altri aspetti poco noti ai più sono che “lo standard per la distribuzione del video su satellite, che si chiama DVB-S, è stato inventato alla Rai e oggi è utilizzato ovunque”, e che la Rai ha contribuito “con oltre 400 milioni alle opere per la digitalizzazione del Paese” conclusa nel 2012, come ha sottolineato il direttore generale dell’EBU Ingrid Deltenre nella sua audizione in Commissione di Vigilanza. Inoltre la Rai alimenta una mediateca seconda solo a quella della Bbc: l’azienda italiana è infatti leader europeo per il sistema di catalogazione dell’audiovisivo e la sua Direzione Rai Teche (che raccoglie più di 70 milioni di documenti, un milione e mezzo di ore di programmi radio e TV e molto altro) è stata iscritta dall’Unesco nel registro della Memoria d’Italia.

Che cosa si salverà dai tagli della riforma? È presto per dirlo con certezza, ma l’orientamento sembra comunque quello di valorizzare la produzione di fiction, con l’intento di esportarle per promuovere l’immagine dell’Italia all’estero.

Un compito, quest’ultimo, che l’emittente nazionale assolve oggi tramite il canale Rai Italia, la struttura Rai Expo (studiata per raccontare l’Esposizione universale di Milano 2015) e Rai Cinema, che contribuisce alla produzione cinematografica nazionale e nel 2013 ha conquistato il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia con il documentario di Gianfranco Rosi Sacro Gra. Va detto che la riforma stessa avrà ampia risonanza sui media stranieri e non dovrà essere solo di facciata se l’intento è dare lustro al Paese.

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