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Dove conviene avviare una start-up? Ovunque, ma non in Italia


Start-Up è un termine entrato nel lessico comune con grande enfasi negli ultimi anni, con una valenza esclusivamente legata all’high tech all’inizio (quindi al mondo digitale, alle app, ai progetti web) e con una diffusione a macchia d’olio poi. Lessicalmente non è neppure scorretto ma, oggi, anche il più tradizionale dei business se lanciato da un team giovane, di belle speranze e anche solo vagamente “innovativo” non ha esitazioni a definirsi start-up.

Start-Up è un termine entrato nel lessico comune con grande enfasi negli ultimi anni, con una valenza esclusivamente legata all’high tech all’inizio (quindi al mondo digitale, alle app, ai progetti web) e con una diffusione a macchia d’olio poi. Lessicalmente non è neppure scorretto ma, oggi, anche il più tradizionale dei business se lanciato da un team giovane, di belle speranze e anche solo vagamente “innovativo” non ha esitazioni a definirsi start-up.

 E come ogni novità, ha portato con sé saggi, riflessioni, mode. Un anglicismo, insomma, che tra le sue lettere include una visione del mondo cosmopolita, un mercato di riferimento spesso senza confini, e può già vantare in portfolio risultati fantasmagorici come la nascita di Facebook, la crescita di Big G, gli svariati casi di ventenni miliardari della Silicon Valley.

Ma se la natura delle start-up ha spesso un legame intenso con l’internazionalità e la globalizzazione, allora, cosa può fare una nazione per attrarre sul proprio territorio questo nuovo tipo di vitalità economica? E soprattutto, quali sono le città del mondo che costituiscono un miglior terreno perché il seme di una start-up, messo lì a germogliare, possa crescere rigoglioso e possente come un baobab?

Di sicuro, come al solito, al di là di mode e proclami, l’Italia non è un esempio brillante di come rendere l’ambiente favorevole alla nascita di nuove imprese, che siano tradizionali o che siano rivoluzionarie. Basti pensare alla vicenda di Uber, vista come una multinazionale malvagia che affama una categoria e non come un elemento foriero di innovazione e necessità di rinverdimento normativo. Basti pensare al permesso negato, da ultimo, alla regione Piemonte da parte del Governo Renzi nella riduzione della tassazione IRAP per le start-up.

Di sicuro non premesse ottimali, su un tessuto in cui tassazione e burocrazia la fanno da padroni per tutti, che ovviamente fa scendere una lacrimuccia a chiunque sappia riconoscere il genio del nostro popolo ad inventare, portare avanti, specializzarsi, approfondire eccellenze di ogni settore.

Ma pensiamo globale, e guardiamoci attorno, spinti dalla notizia orgogliosamente diffusa dal Santa Monica Mirror relativa al fatto che Santa Monica stia risalendo la classifica dei luoghi migliori per iniziare questo tipo di attività, lassù nella top 3. La fonte d’oro in materia, un po’ datata in un settore di così rapido sviluppo, è data dal Report 2012 dello Startup Genome Project, uno studio che in base ad un complesso sistema di variabili ha fatto proprio il lavoro di identificare i “terreni” più produttivi per iniziare l’avventura di trasformare un sogno in realtà. Al di là di facili metafore bibliche su dove gettare le sementi, ecco una breve panoramica.

 

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