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Ecco perché Duterte vuole l’appoggio dei militari

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L’appoggio della popolazione è enorme. E se il Presidente delle Filippine riuscirà ad avere anche quello di tutte le forze di sicurezza del Paese, nessuno potrà fermarlo. Rodrigo Duterte questo lo sa bene. Non a caso, durante la campagna elettorale, oltre a promettere il pugno di ferro contro droga e criminalità, si è impegnato ad aumentare gli stipendi di polizia ed esercito. Un impegno che, insieme alla guerra al narcotraffico e alla rivendicazione di sovranità nazionale per far presa su tutti quei filippini stanchi dell’«occidentalismo» e vogliosi di rivincita dopo il dominio spagnolo e quello yankee, è stato decisivo per la vittoria alle elezioni.

«Il giustiziere» – così viene soprannominato dai media -, sembra sempre mantenere le promesse. E proprio ad inizio ottobre ha firmato il terzo esecutivo che incrementa gli stipendi alle forze di sicurezza fino a 3.000 Php al mese, ovvero quasi 56 Euro in più ogni trenta giorni. «Bisogna migliorare le condizioni di vita degli uomini in divisa che sono impegnati nella lotta contro le minacce alla sicurezza nazionale e l’ordine pubblico», ha spiegato Duterte. Questo sembra essere solo il primo passo. Il Presidente, infatti, intende raddoppiare gli stipendi entro fine dicembre e ha annunciato stanziamenti anche per l’acquisto di nuove armi, per un nuovo equipaggiamento militare e per delle strutture mediche all’avanguardia. Ma non solo. Per aumentare il consenso nelle fila dell’esercito e della polizia, Duterte, sin dall’inizio del suo mandato, ha iniziato un vero e proprio tour nelle caserme e nei distretti di tutto il Paese. I primi risultati già si vedono: «Il morale dei soldati è molto alto», ha spiegato a GMA News il Gen. Restituto Padilla Jr.

A proposito di armamenti, ieri Duterte è tornato ad insultare – per l’ennesima volta in pochi giorni – gli Stati Uniti. Barack Obama «può andare all’inferno», ha detto il presidente filippino in un discorso a Manila. Il problema, subito risolto secondo Duterte, è quello che Washington non vorrebbe vendere armi al suo governo. «Se gli americani non vogliono fare affari con noi, mi rivolgerò alla Cina e alla Russia». E ha aggiunto: «Ho già inviato i miei generali a Mosca e Pechino mi ha dato la disponibilità, basta andare e firmare». Intanto, sono iniziate le esercitazioni in comune con gli americani, che a dire di Manila saranno le prime e le ultime del suo mandato. Duterte era stato chiaro. All’inizio di settembre aveva espresso l’intenzione di mandar via i soldati statunitensi impegnati nell’addestramento anti terrorismo delle truppe governative nel sud del Paese. «Queste forze speciali devono andarsene», anche perché la loro presenza non fa che complicare la situazione e «agitare sempre di più i musulmani». Ernesto Abella, portavoce presidenziale, aveva poi aggiunto che le dichiarazioni del «giustiziere» non facevano altro che rispecchiare la «nuova direzione verso una politica estera indipendente» voluta da Duterte. Una direzione perfettamente conforme alla Costituzione del Paese, dove si legge che «nelle sue relazioni con gli altri Stati la considerazione fondamentale sarà la sovranità nazionale, l’integrità territoriale, l’interesse nazionale e il diritto all’autodeterminazione».

Gli Stati Uniti nel 2002 hanno inviato un contingente nella difficile isola di Mindanao per aiutare il governo filippino a contrastare i gruppi islamici che operano nella zona. Ma l’operazione è stata un flop clamoroso, o per riprendere le parole di Trefor Moss sulle pagine del Wall Street Journal, «dimostra il fallimento della politica statunitense». Washington, infatti, ha investito 441 milioni di dollari – fino al febbraio del 2015, quando l’operazione è stata quasi del tutto smantellata – in addestramento e equipaggiamento, senza ottenere i risultati sperati. Anzi, sono stati opposti: i gruppi estremisti sono aumentai e, attraverso Abu Sayyaf (ASG), organizzazione che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico nel luglio del 2014, la minaccia dei jihadisti è diventata più complessa ed organizzata. Minaccia che proprio in questi giorni è combattuta dalle forze speciali dell’esercito filippino, impegnato con migliaia di uomini in una grande offensiva militare con l’obiettivo di stanare i miliziani guidati da Isnilon Totoni Hapilon, numero uno di ASG.

Intanto, però, almeno ufficialmente, «i rapporti tra Manila e Washington restano una priorità invariata», ha spigato Josh Earnest, portavoce della Casa Bianca. Anche se le parole di Duterte «sono in contrasto con il legame che esiste tra i nostri due popoli, ad oggi non c’è stato nessun passo ufficiale del governo filippino per alterare i rapporti bilaterali», rafforzati durante la presidenza di Benigno Aquino III in seguito alla contesa territoriale con Pechino nel mar della Cina meridionale. Si tratta dell’Enhanced Defense Cooperation Agreement (EDCA) siglato nell’aprile 2014 e ratificato il 26 luglio scorso, a meno di un mese dall’entrata in carica del nuovo presidente del Paese, che prevede la rotazione di soldati americani nel territorio filippino e – soprattutto – l’utilizzo delle basi militari. Come scrive Giulia Pompili su Il Foglio, «per anni è stato considerato uno degli accordi più strategici per definire il ruolo statunitense in Asia». La situazione, però, potrebbe cambiare presto. Rodrigo Duterte, sostenuto da gran parte del suo popolo, sembrerebbe proprio convinto a voltar pagina, per aprire un nuovo capitolo. Questa volta con Mosca e Pechino protagonisti. L’ultima chance di Washington rimane quella di contare sull’influenza che ancora ha su alcuni generali di Manila. Ma viste le ultime mosse del «giustiziere», volte ad ottenere l’appoggio completo dei militari, anche questa strada potrebbe rivelarsi inutile.

@fabio_polese

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