È la verità l’arte più difficile


Alla ricerca di uno sguardo “puro” sul mondo, il Laboratorio di Etnografia Sensoriale dell’Università di Harvard, con l’etichetta SEL, ha prodotto alcuni tra i più interessanti documentari degli ultimi anni.

Alla ricerca di uno sguardo “puro” sul mondo, il Laboratorio di Etnografia Sensoriale dell’Università di Harvard, con l’etichetta SEL, ha prodotto alcuni tra i più interessanti documentari degli ultimi anni.

Il mondo in cui viviamo è stato oggetto di molti film fin dall’inizio della cinematografia.

È così da quando nel 1895 i fratelli Lumière filmarono un treno in arrivo nella stazione di La Ciotat in Francia: un’unica inquadratura di 50 secondi. Uno dei primi documentari. Negli ultimi dieci anni, il panorama del cinema documentario si è diversificato sempre più. Per lo spettatore non professionista ciò che probabilmente sorprende di più è che per avvicinarsi alla “verità” documentaria, molti film di questo genere impieghino tecniche del cinema di finzione.

Un bellissimo esempio è The Arbor della regista britannica Clio Barnard. In questo ritratto della drammaturga Andrea Dunbar, nata a Bradford nel Nord d’Inghilterra, la regista esplora la vita e il lavoro quasi autobiografico della defunta scrittrice teatrale avvalendosi della tecnica del cosiddetto teatro/documentario, dove gli attori “doppiano” le parole realmente pronunciate e registrate dalle persone che stanno interpretando. Il film intreccia il lavoro della drammaturga con materiale biografico sulla sua vita e opere sulla scrittrice successive alla sua morte avvenuta nel 1990 a soli 29 anni.

Il risultato è un unicum illuminante che fonde l’opera biografica con quella dell’artista. Nel cinema, ogni movimento provoca una reazione. C’è chi sostiene che il genere documentaristico dovrebbe tornare alle sue radici. Alcuni tra i più interessanti documentari prodotti ultimamente provengono da una fonte piuttosto insolita: l’Università di Harvard, e più precisamente il Laboratorio di etnografia sensoriale (SEL).

Il direttore, il britannico Lucien Castaing- Taylor ha anche co-diretto due documentari prodotti da Sel: Sweetgrass, del 2009, insieme a Ilisa Barbash, che racconta la pastorizia nelle Beartooth Mountains nel Montana, e Leviathan, con Verena Paravel, che descrive la vita su un peschereccio al largo delle coste del New England. Castaing-Taylor ha anche prodotto il più recente lungometraggio di Sel: Manakamana, girato nelle cabine di una funivia in Nepal e diretto da Stephanie Spray e Pacho Velez.

Questi tre film privilegiano la semplice osservazione su qualsiasi forma di spiegazione o contributo editoriale. Non ci sono voci fuori campo né presentatori alla Michael Moore e ricordano L’arrivée d’un train en gare de La Ciotat anche se sono più sofisticati dell’opera dei fratelli Lumière. In Sweetgrass, la macchina da presa osserva i pastori e il loro gregge transumare attraverso un paesaggio maestoso verso i pascoli estivi. In Leviathan, la cinepresa segue il beccheggio e il rollio della barca, trasmettendo con grande realismo cosa si provi a bordo di un peschereccio. In Manakamana, infine, la macchina da presa è fissata all’interno di una cabina della funivia e riprende esclusivamente i passeggeri all’interno nei nove minuti che occorrono per salire o scendere dall’omonimo tempio: c’è chi conversa, chi ride, chi siede in silenzio a contemplare il paesaggio.

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