n. 28 febbraio 2010

In Iran si continua a morire per un'idea di democrazia che non sarà forse maggioritaria ma che coinvolge strati sempre più ampi della popolazione. In Cina Google minaccia di andarsene per non fare harakiri  sottoponendosi a censura. In Afghanistan i talebani non smettono di ricattare le famiglie che vogliono mandare a scuola le loro bambine. In Angola gli oppositori del regime si fanno pubblicità prendendo a mitragliate il pullman della squadra del Togo. Sono soltanto esempi tratti dalla cronaca più recente. La violenza politica, la negazione dei diritti fondamentali della persona, la repressione ottusa di qualsiasi forma di dissenso critico e di opposizione sociale e politica sembrano sempre più caratterizzare questa fase della globalizzazione. Scriviamo “sembrano” perché, secondo alcuni osservatori, la violenza politica c’è sempre stata e il fatto di averne oggi una percezione più acuta dipende semplicemente dall’abbondanza e dalla velocità dell’informazione. Sarà anche vero, ma non riusciamo a farcene una ragione. E “nel nostro piccolo”, come si dice, proseguiamo nell’analisi e nella denuncia di tutto ciò che offende la dignità delle persone e dei popoli. Lofacciamo in questo numero28 di east con l’intervista di Farian Sabahi alla scrittrice iraniana Azar Nafisi, con l’analisi di Boris Dubin sui mass media russi,con il portfolio fotografico di Monika Bulaj sul Tagikistan e con il bellissimo reportage di Wojciech Jagielski dall’Afghanistandopo il voto.

Vittorio Borelli

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SOMMARIO

Quest'anno l'Unione europea si mostrerà con un nuovo volto esicuramente anche con un doppio vertice, costituito da un presidente, Hermann von Rompuy, e da un ministro degli Esteri, Catherine Ashton.

La lezione di Copenaghen per l'Europa è che divisi si conterà sempre meno. Tollerata nei vari "Gs" per ragioni storiche, ma sempre più annacquata, ridimensionata dalle riforme in corso nelle istituzioni internazionali quali Fmi e Banca mondiale, la presenza plurima degli europei, con posizioni che spesso si elidono tra loro, rischia di diventare un fattore di debolezza anziché di forza nella governance globale. I nuovi assetti nati dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona dovrebbero anche servire a garantire una presenza più coordinata ed efficace, ma...

Ci sono voluti diciotto anni di Protocollo di Kyoto, due anni di Road Map decisa a Bali, decine di riunioni preparatorie, per veder fallire la Conferenza di Copenaghen, a dispetto di tutte le "dichiarate" buone intenzioni. Fattori economici, esigenze di politica interna, crisi finanziaria economica globale sono tra i fattori che hanno influito negativamente, schiacciando la lotta alle emissioni di gas serra tra interessi particolari, imminenti scadenze di programmi economici, piani di sviluppo industriale e una crescente esigenza di energia al più basso costo possibile. Ma questo significa...

Hanno collaborato a questo numero:
Claudia Astarita
Antonio Barbangelo
Monika Bulaj
Aneta Carreri
Roberta Chionne
Emanuele Confortin
Massimiliano Di Pasquale
Boris Dubin
Matteo Ferrazzi
Igor Fiatti
Giampietro Garioni
Akessandra Garusi
Marina Gersony
Ulrike Guèrot
Wojciech Jagielski
Francesca Lancini
Massimo Libardi
Carlotta Magnanini
Marco Masciaga
Fernando Orlandi
Antonio Picasso
Farian Sabahi
Piero Sinatti
Donato Speroni
Maurizio Testa
Luca Vinciguerra