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n. 30 giugno 2010


A partire dalla fine degli anni Novanta si è aperta per i Balcani occidentali una nuova stagione che ruota intorno alla prospettiva di una possibile integrazione nelle strutture euro-atlantiche. Esistono però ancoraoggi delle questioni irrisolte che affondano le loro radici nei conflitti degli anni Novanta e che potrebbero, in caso di esito negativo, ostacolare tale percorso. Ne abbiamo parlato con il professor Miodrag Lekic, già  ambasciatore di Jugoslavia in Italia.

Da un ventennio l'Organizatsya,la criminalità organizzata russa, guarda a Ovest. E lo fa stringendo alleanze economiche e politiche che poco hanno a che spartire con la pruderie nazionalistica. Grazie a una struttura diffusa capillarmente in tutta Europa e a una rete di luogotenenti distaccati su base nazionale e dotati di autonomia finanziaria e logistica, i clan Tambov di San Pietroburgo, Izmaylovskaya e Solntsevskaya di Mosca sono diventati una presenza costante in ogni affare illecito. Il fenomeno è di grande rilievonon solo per i guadagni vertiginosi, ma anche per la rete di collusioni e protezioni che hanno permesso alle mafie dell’Est di espandersi perfino in settori appannaggio dell’economia legale.

Attraversato il parco Shevchenko, dove i capannelli che si formano attorno agli anziani giocatori di scacchi mi riportano alla memoria le pagine iniziali de L'Angelo del Caucasodi Andrei Kurkov, raggiungo la Cattedrale della Trasfigurazione. A destare la mia curiosità, qualche minuto più tardi, le batterie di missili puntati proprio in direzione delle guglie della basilica. Sono in tanti, in prevalenza turisti russi, quelli che, con malcelato orgoglio per una grandeur sovietica ormai svanita, si fermano a fotografarli. A dimostrazione che la Pivdenmash, “fabbrica che sfornava missili come würstel” (per citare Nikita Krusciov), continua a esercitare un fascino profondo sui nostalgici dell’Urss.

Da Belgrado a Sarajevo, tutta una tirata. Passando attraverso la Serbia, un lembo di Croazia e le due entità etniche della Bosnia, la Republika Srpska e la Federacija Bosne i Hercegovine. Una lunga galoppata di nove  ore, a un'andatura media di 36 chilometri orari. Più trotto che galoppo, dunque, considerato che la distanza tra la capitale serba e quella bosniaca è di 325 chilometri, non certo siderale. Ma bisogna scordarsi gli Eurostar e i Freccia Rossa, i Tgv e gli Intercity tedeschi. Siamo nei Balcani e qui tutto procede a rilento, dai ritmi di vita a quelli dei treni

 

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