n.32 ottobre 2010

Dove va la Turchia? Viene verso l’Europa o sta per essere risucchiata dal mondo islamico? E che tipo di Islam sarà quello turco, moderato e dialogante come lo è oggi quello di Erdogan o pericolosamente simile a quello iraniano e pakistano? Questi interrogativi si rincorrono e si accavallano da mesi nelle diplomazie occidentali e nel mondo dei mass media. Prima e dopo il referendum costituzionale del 12 settembre. La risposta di un analista turco di grande lucidità ed esperienza come Soli Ozel è che i timori occidentali sono in gran parte infondati. Per Ozel la Turchia, che sta crescendo a una velocità tripla rispetto ai Paesi europei, sta semplicemente cercando di svolgere un ruolo autonomo nell'area. L'ambizione è quella di diventare una "potenza regionale" in grado di dialogare alla pari sia con l'Occidente che con il Medio Oriente, con l'Iran in particolare. Ci riuscirà o no? Molto dipende anche da quello che faranno gli altri protagonisti della scena mondiale, a partire dall'Europa.
Questo numero di east si occupa anche di un altro tema di portata storica: la Cina che comincia a scioperare.Non occorrono molte parole per dire che le conseguenze di una simile tendenza, qualora prendesse piede e non venisse stroncata sul nascere, sarebbero incalcolabili per tutto il mondo globalizzato.
Il Dossier è invece dedicato ai flussi e ai riflussi demografici. Non è la prima volta che la rivista se ne occupa, ma è certamente la prima volta che lo fa guardando non tanto all'oggi quanto al medio e lungo termine. Tra i reportage meritano una segnalazione quelli di Matteo Tacconi sulla guerra dell'oppio e di Antonio Picasso sui cristiani copti egiziani.
Infine una piccola rettifica. Sul numero scorso, nel breve testo di accompagnamento del portfolio fotografico di Monika Bulaj,si parla di "sciiti" anziché di "sciti" con una sola i. Si è trattato di un refuso. All'epoca degli achemenidi non c'era ancora l'Islam e nemmeno la sua minoranza sciita.

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È passato circa un anno da quel 4 ottobre 2009 in cui il neoministro socialista delle Finanze greco ha annunciato che il vero disavanzo pubblico del Paese era il doppio di quello previsto dal governo conservatore precedente (12%del Pil, con un debito tendente al 120%del Pil), provocando il ritorno a una forte instabilità sui mercati finanziari europei e innescando un febbrile dibattito sulla sostenibilità dell’euro. Che cosa pensare della corsa a ostacoli di questa Europa economica e monetaria?

Come ha influito la crisi economica sulle recenti tornate elettorali e perché la perdita di consensi si è concentrata a sinistra? In linea generale si può affermare che l'elettorato ha premiato la maggiorecapacità di affrontare la crisi dei governi che definiamo per comodità di "centro-destra". . Da questo punto di vista le due estremità sono rappresentate dalla Polonia governata da Tusk, l'unico Paese europeo a mantenere nel 2009 una crescita economica e i conti pubblici sostanzialmente in ordine, cui si contrappongono l’Ungheria socialista-liberale e la Romania governata nel periodo cruciale 2008-2009 da una grande coalizione.

Nel novembre del 2008, nove mesi dopo la dichiarazione d'indipendenza, Srdjan Sentic ha accettato di entrare nel governo di Hashim Thaci, con l'incarico di occuparsi delle minoranze e del ritorno dei rifugiati. Un lavoro che lo mette spesso in contrasto tanto con gli albanesi quanto con i serbi. Questi ultimi lo hanno bollato come “traditore”: «Ho subito
molti attacchi nell’ultimo anno e mezzo. Sono stato al centro dell’attenzione dei media esu internet sono state scritte cose molto brutte su di me». Ma il futurodella regione dipende certamente anche da figure cerniera come la sua.

Prima del pacchetto greco da 130 miliardi di euro, tre quarti degli aiuti targati Fmi a livello mondiale sono finiti in Europa centrorientale. Atitolo di esempio, Romania, Bosnia e Serbia pesano per lo 0,4%dell’economia mondiale, ma hanno ricevuto un quarto degli aiuti erogati in tutto il mondo dal Fmi.  I pacchetti di aiuti dello stesso Fmi e di altre istituzioni superano il 10%del Pil di molti dei Paesi riceventi. Il tema non è privo di interesse anche per via del fatto che il Fondo è considerato il custode dell’ortodossia finanziaria e del cosiddetto “Consenso di Washington”.

Hanno collaborato a questo numero:
Claudia Astarita
Antonio Barbangelo
Stefano Bottoni
Elena Fenilli
Matteo Ferrazzi
Alessandra Garusi
Cristina Giuliano
Marina Krasil'nikova
Francesca Lancini
Carlotta Magnanini
Alessandro Milani
Francesca Nenci
Fabrizio Onida
Oxfor Analytica
Soli Ozel
Fred Pearce
Antonio Picasso
Simone Pieranni
Farian Sabahi
Luka Skansi
Alessandro Speciale
Donato Speroni
Matteo Tacconi
Sergio Tasciotti
Luigi Tomba
Robert J. Walker