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Editoriale

È passato circa un anno da quel 4 ottobre 2009 in cui il neoministro socialista delle Finanze greco ha annunciato che il vero disavanzo pubblico del Paese era il doppio di quello previsto dal governo conservatore precedente (12%del Pil, con un debito tendente al 120%del Pil), provocando il ritorno a una forte instabilità sui mercati finanziari europei e innescando un febbrile dibattito sulla sostenibilità dell’euro. Che cosa pensare della corsa a ostacoli di questa Europa economica e monetaria?

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Premessa: in presenza di scosse impreviste come il clamoroso imbroglio sui conti pubblici di un Paese membro – o di scosse assai più dirompenti, come due anni fa il contagio da crisi dei mutui subprimestatunitensi – èsbagliato prendersela con i "cattivi speculatori". La speculazione ribassista, che nei casi estremi si esprime tramite il ritiro degli investitori istituzionali dalle aste con cui quasi quotidianamente i ministeri del Tesoro devono collocare titoli a rimpiazzo delle varie scadenze del proprio debito, altro non è che la difesa da rischi di perdite future (“fuga verso la qualità”) da parte di questi soggetti che amministrano il risparmio di milioni di famiglie. Un tempo ormai lontano il debito pubblico (“debito sovrano”) di un Paese era collocato quasi esclusivamente nel portafoglio delle famiglie e delle banche dei residenti, le quali avevano scarse possibilità di spostarsi su titoli di migliore qualità. Oggi la globalizzazione dei mercati finanziari rende più fisiologiche che patologiche queste opzioni di fuga dei risparmiatori di qualsiasi Paese da titoli emessi da qualsiasi altro Paese quando sono percepiti come troppo rischiosi rispetto ai rendimenti attesi.

Per evitare il default(anche solo parziale: “riscadenzamento”) del debito sovrano di un Paese dell’area dell’euro non bastano gli annunci unilaterali del Paese in crisi, il cui governo promette prossime politiche economiche virtuose. Per presentarsi alle aste, gli investitori-speculatori devono sapere che governi e banche centrali (a partire dalla Bce) hanno munizioni illimitate per scongiurare il default:possono cioè acquistare oggi ititoli del debito sovrano sotto attacco, impedendone un crollo delle quotazioni e riservandosi di ricollocarli sul mercato quando le aspettative di defaultsi saranno dissolte o comunque ridimensionate. Questa è la risposta che ha dato Bruxelles lo scorso 10 maggio, quando ha varato il pacchetto anticrisi da 750 miliardi di euro (440 dai Paesi dell’Eurozona, 220 dal Fmi), costituendo uno speciale veicolo capace di erogare prestiti o garanzie a Paesi dell’Eurozona in difficoltà. L’eventuale intervento di salvataggio sarà naturalmente condizionato a un concreto piano di rientro dagli squilibri di finanza pubblica del Paese deviante, sotto stretta sorveglianza dei soccorritori. L’alternativa sarebbe stata una sola: lasciare andare alla deriva il debito pubblico del pPaese deviante, in questo caso la Grecia, ma in prospettiva anche Portogallo, Spagna e chissà quali altri, con l’ovvio pericolo di contagio erelativo crollo dei mercati finanziari europei.

Prospettiva che sembra non turbare alcuni pur autorevoli commentatori accademici americani, come John Cochrane della Chicago Business School, il quale sul Wall Street Journal del 18 maggio 2010 (Greek Myths and the EuroTragedy)ha paradossalmente sostenuto che il default di un debito sovrano potrebbe essereil test decisivo della sopravvivenza dell’euro con regole nuove: ogni Paese membro resta il solo responsabile della politica fiscale nazionale, si cancellano dal Trattato di Maastricht i famosi parametri fiscali di deficit e debito rapportati al Pil (peraltro già violati da Paesi virtuosi come Francia e Germania nel 2002-04 sotto la pressione dell’aumento della disoccupazione e della bassa crescita), si rinuncia in partenza ad arrangiare pacchetti di salvataggio e si lascia che gli investitori incauti subiscano le conseguenti perdite sui titoli del Paese in default. Insomma, in attesa di un’Europa con politica fiscale unica.


È meglio rinunciare alla finzione di politiche fiscali coordinate e di sanzioni disciplinari che crollano al primo spirar del vento. A chi teme che il default di un Paese membro dell’Eurozona, anche piccolo, possa generare un dannoso contagio sul sistema bancario e finanziario europeo, Cochrane disinvoltamente risponde: “Se tutti sapesseroche non ci sono bailoutsnon ci sarebbe nemmeno contagio”. Peccato che la realtà di cui i governi devono tenere conto non funziona sempre come i modelli-giocattolo degli economisti. E che, come ha ricordato più volte Luigi Spaventa, il Trattato non prevede l’uscita dall’euro di un Paese membro senza l’uscita dall’Ue, con tutte le immaginabili conseguenze dirompenti sulla costruzione europea.


Più realisticamente, Martin Feldstein di Harvard (Washington Post,18 maggio 2010), pur restando fin dall’origine scettico sulla riuscita di un’Unione monetaria senza un governo federale della finanza pubblica, apprezzava la decisione della Germania di fissare nella Costituzione un vincolo a bilanci pubblici in pareggio entro il 2020, auspicando che tale esempio spinga tutti i membri dell’Eurozona a introdurre emendamenti costituzionali simili a quelli che negli Usa consentono ai singoli Stati di indebitarsi solo per far fronte a spese di investimento.

Sulla plausibilità ed efficacia pratica di emendamenti costituzionali alla tedesca o all’americana estesi all’intera Eurozona (se non all’intera Ue) si possono nutrire molti dubbi. Ma ciò che stiamo vivendo, sotto la spinta di ripetute crisi, èun lento e faticoso avvicinamento a quell’Europa politica (federale), la cui assenza continua ad essereil fondamentale elemento di debolezza dell’Europa monetaria governata dalla Bce. Tali crisi rappresentano al tempo stesso un incentivo (opportunità) per progredire nella direzione di una governance comunitaria. Maastricht va rivisto nelle formule, non nella sostanza, facendo nascere un embrione di “ministero del Tesoro dell’Eurozona”. Questo non andrebbe almeno all’inizio a sostituirsi ai ministeri nazionali, ma dovrebbe garantire sia capacità di pronto intervento a sostegno del debito sovrano dei membri, sia fondamento giuridico ed efficaci organismi di sorveglianza che vincolino la crescita del rapporto fra debiti sovrani e Pil.


Senza dimenticare che, accanto al tema del debito pubblico e della stabilità finanziaria, l’Europa si ritrova a dover fronteggiare sempre più un problema di competitività del proprio sistema produttivo rispetto alla velocità di crescita dei vecchi, e soprattutto dei nuovi, concorrenti-clienti nell’economia globale. Competitività che non si misura solo dalla performance delle esportazioni e della bilancia commerciale ma – secondo una pregnante definizione dell’Ocse – dalla “capacità delle nazioni di superare il test dei mercati internazionali, al tempo stesso mantenendo e facendo crescere il reddito reale della propria popolazione”. Sotto quest’ultimo profilo anche Paesi fortemente export orientedma a debole crescita della domanda interna, come Germania e Giappone, non ottengono certo pieni voti.


È questa la fondamentale sfida della “strategia di Lisbona”, che va rilanciata in nome dello stesso Trattato di Lisbona entrato in vigore lo scorso gennaio, il quale parla di una highly competitivesocial market economy (non è un ossimoro!). In questa direzione convergono le numerose raccomandazioni contenute nel rapporto Anew strategy for the Single Market presentato lo scorso maggio da Mario Monti a Barroso, così come, in un’ottica di più lungo periodo, quelle del Gruppo sul futuro della Ue 2030 (Project Europe 2030. Challenges and Opportunities,maggio 2010). Fra queste sfide, che non vanno rimandate a un futuro imprecisato, ne segnalerei almeno tre: energie alternative(incluso il nucleare sicuro), mobilità-flessibilità nel mercato del lavoro con welfare to work ecompetizione federalista tra regioni per attrarre capitale evalorizzare al meglio le proprie risorse di capitale umano.

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