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n.35 aprile 2011


Il Medio Oriente e il Nordafrica assorbono circa l’8% del valore in euro delle esportazioni italiane di manufatti. Dal 2006 al 2008 la loro crescita è avvenuta a ritmi superiori al 18% in media d’anno, mentre le importazioni totali di questi Paesi crescevano di poco più del 12%. Quest’area dunque si mostra estremamente dinamica e “accogliente” per il nostro export e un eventuale dilagare dei fenomeni che per ora hanno toccato Tunisia, Egitto e Libia potrebbe costituire per le nostre imprese la perdita di uno dei possibili motori per il loro rilancio dopo la crisi.

Valutare gli impatti delle rivolte sulla situazione economica egiziana risulta un esercizio assai complesso non solo in Egitto, ma in tutto il mondo arabo. Quello che si può dire è che dalla metà degli anni Novanta le esportazioni di petrolio sono andate diminuendo, mentre la popolazione continuava a crescere a un ritmo del 2%annuo, fino ad arrivare al 2010 nella situazione in cui i consumi interni di petrolio hanno superato la produzione. L’Egitto è divenuto così un importatore di petrolio. Lo spazio per continuare a sostenere i sussidi interni si è perciò andato restringendo e la situazione finanziaria del Paese si è degradata.

Dopo Zinedine Ben Ali e Hosni Mubarak in molti scommettono che sarà Ali Abdullah Saleh il prossimo uomo forte del mondo arabo a cadere. Lo Yemen è alle prese con molteplici conflitti interni, gravi problemi economici e un governo autocratico che non appare in condizione di invertire la situazione, ma la minaccia terrorista rappresentata da al Qaeda continua ad attirare il sostegno militare statunitense. Tuttavia, se le proteste riusciranno a imprimere una svolta anche nello Yemen, l’ideologia jihadista potrebbe perdere uno dei tasselli chiave del suo armamentario ideologico: solo la lotta armata può portare a una caduta dei regimi arabi autocratici.

L’Occidente sta seguendo le sollevazioni popolari in corso nell’area nordafricana e mediorientale convinto che a ispirarle sia un’idea laica del cambiamento. Si tratta però di un’analisi incompleta. «L’approccio schiettamente secolare alle questioni mediorientali è sbagliato », commenta padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terrasanta a Gerusalemme. «In Medio Oriente l’intreccio fra le questioni politiche e quelle religiose non può essere scisso». La strage di Alessandria, avvenuta la notte di San Silvestro – 21 morti tra i fedeli copti, investiti da un’esplosione sul sagrato della chiesa dei Santi – ha lasciato nell’animo della comunità cristiana un senso di diffidenza.

 

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