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Editoriale - Le tigri d'oriente

Tigri dai denti a sciabola, tigri che si dissimulano nel folto della giungla, tigri provate dalla lotta, tigri ferite, sanguinanti.Il titolo del nostro dossier è un omaggio ai due grandi Paesi-Continente (i “carissimi nemici” ) che scandiscono il ritmo tumultuoso del nostro nuovo secolo.

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Due giganti: l’India degli eredi dei “figli della mezzanotte”, e la Cina dei nipoti voraci della “lunga marcia” contadina di Mao Zedong. Gioventù, crescita, velocità. Entro il 2020 la popolazione indiana avrà una età media di 29 anni, contro i 37 dei cinesi. Con i loro 45 anni di media, gli europei sono vecchi, e rischiano già oggi di diventare “antichi.”
Se a Occidente i fuochi sono spenti, nella fornace orientale brucia invece una miscela esplosiva. Pechino insegue ancora il fantasma ideologico dell’armonia, ma è la “contraddizione” il carburante delle due locomotive asiatiche. La Cina è condannata a crescere nell’economia, e condannata a frenare nella demografia. La politica del “figlio unico” si rivela per il futuro una strada forse senza sbocco. Il nuovo imperialismo cinese si mangia a pezzi il continente africano. La sterminata corruzione dell’esercito dei funzionari pubblici è un minaccioso Polifemo che incombe sulla nuova  leadership del partito e dello Stato.
L’India dei nuovi mestieri, della tecnologia avanzata, delle grandi ricchezze, degli splendori di Bollywood, è anche l’India dello sfregio alle donne, delle ragazze inseguite e stuprate, delle metropoli senza legge e giustizia. E il futuro è minato dalla sanità infantile in crisi, dal basso livello dell’istruzione e dalla disoccupazione di massa. Si interroga il settimanale di New Dehli, Tehelka: “Abbiamo perso il treno del ventunesimo secolo?” Contraddizioni gigantesche, gigantesche sfide, di fronte alle quali la nostra Europa in crisi non è che un debole fiato. Nel Parlamento europeo, se i 26 milioni di disoccupati votassero tutti insieme, il partito del “non lavoro” otterrebbe quasi 50 seggi. Qui da noi, i giovani diventano vecchi senza aver vissuto. E tuttavia, nessun soprassalto, nessuna contraddizione: solo un “pensiero debole” che balbetta inconcludente tra la scuola dell’austerità e quella della crescita. Il languore contro il furore, i partiti in fuga, una zuffa tra economisti.
Nel lontano 1923, Joseph Roth descriveva l’Europa come “un continente triste, ormai prossimo alla morte.” Anche il letargo di oggi, l’indifferenza di oggi, somigliano alla morte. Solo la contraddizione – ce lo insegna la storia e la cronaca delle due tigri d’Oriente – è l’anima dolente del futuro.

Flavio Fusi

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