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Cronaca di un fallimento

In un Egitto senza pace, il Presidente Morsi è caduto, ma i giochi non sono ancora fatti. I Fratelli musulmani hanno clamorosamente fallito la prova del governo, e l’esercito – con i suoi enigmi – torna a essere arbitro e protagonista della crisi.

Le ragioni addotte per la decisione dell’esercito egiziano di deporre il Presidente islamico Mohammed Morsi, democraticamente eletto, sono tante quanti i giorni di un mese. Dal confronto tra le personalità di Morsi e del Generale Abdul Fattah Al-Sisi, comandante delle forze armate e Ministro della difesa, a teorie più cospiratorie sull’operato dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo. Come si spiega altrimenti,
dice la tesi cospiratoria, l’offerta degli sceicchi di 9 miliardi di euro al Governo egiziano, oltre ad agevolazioni sul carburante, pochi giorni dopo la caduta di Morsi? In aggiunta, i sostenitori di Morsi tra le fila dei Fratelli musulmani tentano di rinfocolare il consenso popolare, con il pericolo che il Paese precipiti in una guerra civile tra l’esercito, i gruppi laici, gli
islamisti radicali e le minoranze religiose. Al-Sisi tenterà di proporsi come difensore dei diritti del popolo contro le tendenze dittatoriali di Morsi – “Il popolo vincerà e tu sei in arresto” pare abbia detto al Presidente destituito – ma la verità è che le divergenze tra i politici eletti e l’esercito sono emerse subito dopo la vittoria elettorale di Morsi e dei Fratelli musulmani. Subito dopo le elezioni, la posta in gioco era quanto l’esercito fosse disposto ad allentare la presa sui poteri esecutivi e sui diritti costituzionali conferiti al Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) e al Consiglio Nazionale della Difesa.
Teoricamente comandati dal Presidente eletto Morsi, entrambi i Consigli erano in realtà nelle mani dei generali, intenzionati a conservare tutte le loro prerogative quali l’indipendenza dagli organi giudiziari ed esecutivi, e i privilegi economici. Morsi agiva nel pieno dei propri poteri, quando l’anno scorso ha tentato di riformare lo CSFA opponendosi al tentativo dei militari di conservare il diritto di veto sulla Costituzione e il potere di insediare una nuova assemblea costituzionale.
Sembrava aver vinto il primo round quando riuscì a licenziare il Ministro della Difesa Mohammed Hussein Tantawi e altri generali. Il successore di Tantawi però fu proprio Al-Sisi. Poco dopo il giornalista egiziano Assem Hanafi commentò: “È evidente che per anni i Fratelli musulmani hanno progettato di conquistare l’esercito. Sisi deve dormire con un occhio solo
e contarsi le dita ogni volta che dà la mano a Morsi.” Dal canto suo Morsi, per consolidare la propria autorità, oltre al controllo su Al-Sisi, avrebbe dovuto dimostrare anche competenza nel garantire la stabilità economica e politica. La fiducia nelle sue capacità è crollata quando non ha saputo fronteggiare una serie di crisi interne, un’economia in caduta libera e la carenza di energia elettrica e di carburante. Con le strade egiziane in tumulto, Morsi poteva scegliere di allargare la propria base di consenso – aprendo a negoziati con altri partiti politici e con l’esercito. Ha scelto di continuare con il solo sostegno del Partito di Libertà e Giustizia e dei Fratelli musulmani. Scelta evidente quando ha nominato alcuni musulmani oltranzisti governatori in province chiave. Adel el-Khayat, membro di Gamaa al-Islamiyya, uno dei più temuti gruppi terroristici egiziani, è stato nominato governatore dell’antica città di Luxor. Nel 1997 il gruppo Gamaa al-Islamiyya fu ritenuto responsabile del massacro di Luxor dove furono trucidati 62 turisti stranieri. Le tendenze jihadiste di Morsi furono ulteriormente confermate alla manifestazione dove gli ecclesiastici islamici chiedevano una guerra santa contro il governo laico Baathista del Presidente Bashar al Assad nella vicina Siria. “Abbiamo deciso di chiudere l’ambasciata siriana a Il Cairo” esordì Morsi rivolto alla folla.  “E saranno richiamati anche gli emissari egiziani a Damasco. Il popolo egiziano e il suo esercito non abbandoneranno i Siriani fintanto che i loro diritti non saranno garantiti e non verrà eletto un nuovo governo.” Ancora più allarmante fu la decisione di Morsi di invitare in Egitto il Presidente uscente iraniano Mahmud Ahmadinejad lo scorso febbraio. I rapporti tra i due Paesi si erano incrinati all’epoca della rivoluzione iraniana del 1979 che portò alla destituzione dello Shah Reza Pahlavi, il quale ottenne asilo politico proprio in Egitto dove morì nel 1980. Prima della visita di Ahmadinejad, il Ministro degli Esteri iraniano Salehi aveva descritto l’Egitto come un “paese molto importante” e “uno dei pesi massimi nel Medio Oriente”. Il leader supremo iraniano, Ayatollah Khamenei, ha più volte sostenuto che le recenti insurrezioni arabe, incluse le derive politiche egiziane, sono ispirate dalla rivoluzione iraniana. Ciò che si dissero Ahmadinejad e Morsi non è stato ancora reso noto, tuttavia Al-Sisi aveva validi motivi per ritenere che i due avessero affrontato il tema di come gli Ayatollah iraniani sono riusciti a consolidare il loro potere dopo la caduta dello Shah. Fonti egiziane sostengono che Ahmadinejad abbia spiegato in dettaglio come l’élite islamica rivoluzionaria è riuscita a creare un esercito parallelo, denominato Guardia rivoluzionaria, che ha avuto la meglio sull’esercito ufficiale. Alcuni esponenti dei Fratelli musulmani avevamo già in precedenza accarezzato l’idea di una versione egiziana della Guardia rivoluzionaria. “Preparerò il terreno per sviluppare la cooperazione tra Iran ed Egitto” sono state le parole di Ahmadinejad prima di lasciare Il Cairo. “Se Teheran e Il Cairo si troveranno più alleate su alcune questioni regionali e internazionali, molte cose cambieranno.” Quando, il 3 luglio, Al-Sisi ha arrestato Morsi, aveva sicuramente ben presente la visita di Ahmadinejad e il futuro a cui l’esercito egiziano rischiava di andare incontro se lui avesse permesso al Presidente islamico egiziano di rimanere in carica.

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