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Democrazie nazionali senza futuro

La profonda crisi economica e sociale non molla la presa sul nostro continente. Si tratta ormai di una “bufera globale” dalla quale si esce solo con un deciso passo in avanti verso l’Europa Federale. Non “meno Europa”, ma “più Europa”.Non euroscettici, ma, se possibile, euroentusiasti. E le prossime elezioni europee possono essere una occasione importante.

Mi sono già dilungato su queste pagine sull’irreversibile incapacità delle democrazie nazionali occidentali di esprimere leadership adeguate alle sfide globali che abbiamo di fronte, attanagliati come siamo da scadenze elettorali semestrali, locali, regionali, nazionali, che ci impediscono ormai qualsiasi programmazione di medio periodo, concentrando il dibattito su aspetti marginali e ininfluenti. Ma la crisi sta cambiando anche gli equilibri complessivi. Stiamo assistendo a un rallentamento progressivo dell’economia globale: dal 2010, il PIL mondiale è cresciuto in maniera decrescente, dal 5% al 3% atteso per quest’anno, passando per il 4 e il 3,2% di 2011 e 2012. L’Eurozona nel 2012 ha fatto registrare addirittura una contrazione del PIL dello 0,6% e si ripeterà nel 2013 (ulteriore 0,6), mentre Germania, Austria e Francia si attesteranno su performance economiche intorno allo zero (Germania +0,5%, Francia -0,3%, Austria +0,4%) e i paesi periferici saranno ancora in recessione (Grecia -4,5%, Portogallo -2,7%, Italia -1,7%, Spagna -1,6%). L’Italia nel 2012 ha registrato una contrazione del PIL del 2,4%, migliore solo di Grecia (-6,5%) e Portogallo (-3,2%). E anche se, per il 2013, le stime sul PIL rimangono negative (-1,7%), si intravedono le possibilità di un rimbalzo nel corso dell’ultimo trimestre dell’anno, come preannunciato da un intensificarsi delle attività di fusioni e acquisizioni tra aziende, che normalmente anticipano il ciclo di crescita.
Negli anni ’90, l’UE generava il 20% della crescita del mondo, la sua quota è ora al 5,7% e non esiste un singolo Paese europeo nella top ten delle economie che crescono di più. Entro il 2018, i mercati emergenti (soprattutto Cina e India) produrranno il 55% della crescita economica del mondo. Dobbiamo dunque deciderci ad agire come fossimo un unico attore globale, al fine di sfruttare il potenziale della nostra economia che, non dimentichiamolo, fa riferimento alla terza area più popolata del mondo. L’Europa conta infatti più di 500 milioni di abitanti ed è seconda solo a Cina e India.
Nella classifica mondiale del PIL, le prime tre economie mondiali sono oggi Stati Uniti, Cina e Giappone, mentre Germania, Francia e Italia sono al 4°, 5° e 8° posto. Ma l’Unione Europea – considerata nel suo insieme – è la prima economia mondiale.
La risposta alla crisi deve dunque essere “più Europa”, che si traduce in maggiore integrazione finanziaria, fiscale, economica e politica. La UE ha deciso di perseguire la maggiore integrazione finanziaria essenzialmente attraverso la costruzione di una Unione bancaria, che dovrebbe coinvolgere, oltre ai Paesi dell’Eurozona, i Paesi UE che vorranno aderirvi.
Un’Unione bancaria è fondamentale per il superamento dell’attuale crisi, in quanto contribuirà a spezzare il circolo vizioso tra banche e debiti sovrani, nonché a promuovere l’integrazione finanziaria, invertendo la frammentazione dei mercati lungo le frontiere nazionali. Ciò a sua volta contribuirà a ripristinare il corretto funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria e, così, migliorando le condizioni di finanziamento all’interno dell’Unione monetaria, contribuirà in modo decisivo a stimolare la crescita in Europa (l’uovo di colombo?). L’Unione bancaria, per quanto fondamentale, rappresenta soltanto uno dei cosiddetti building blocks di un progetto complessivo di riforma e completamento dell’Unione economica e monetaria. Nonostante si riscontri negli ultimi mesi una riduzione dell’attenzione dei leader europei su questi ulteriori pilastri, riteniamo sia necessario procedere con determinazione e senso d’urgenza sulla strada di un’ulteriore integrazione
fiscale. È fondamentale centralizzare la politica fiscale con un sostanziale e vincolante trasferimento di sovranità fiscale dai singoli Paesi alle istituzioni europee. Il bilancio comunitario dovrebbe essere rafforzato (dall’attuale 1% del PIL comunitario ad almeno il 2-2,5%), unitamente a una maggiore integrazione delle politiche economiche, superando il mero coordinamento delle politiche nazionali. Quest’accelerazione del processo di integrazione deve essere accompagnata necessariamente da un non più dilazionabile rafforzamento della legittimità democratica della stessa Unione, delle sue istituzioni e del suo processo decisionale. Potremmo sorprendentemente avere novità decisive già alle prossime elezioni del Parlamento Europeo (maggio 2014). Si sta infatti registrando una non ancora pubblicizzata convergenza - nella famiglia socialdemocratica europea – su un nome, quello dell’attuale Presidente del Parlamento Europeo, il tedesco Schulz, per la Presidenza della futura Commissione. Questa novità costringerebbe anche i Popolari e le altre formazioni a organizzarsi di conseguenza. Se così fosse davvero, senza modificare i trattati, ci troveremmo di fronte a una modifica sostanziale della dinamica istituzionale. Un Presidente della Commissione, reso autorevole da un’investitura di fatto popolare (seppure non
diretta), potrebbe naturalmente marginalizzare il Consiglio a un ruolo consultivo, non lontano da quella dimensione di Camera Alta da più parti auspicata. Se ciò accadesse, avremmo realizzato un balzo in avanti verso un’Europa Federale nella quale nemmeno i più euroentusiasti oserebbero oggi sperare. E avremmo tratto la lezione più intelligente e lungimirante
dalla crisi di questi anni.

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