E ora, dove andiamo?

Il processo di trasformazione avviato con le primavere arabe sembra sospeso, in primo piano la questione della democrazia. Le rivolte sono riuscite a rovesciare vari dittatori e a condurre a libere elezioni, ma la speranza verso la democrazia rischia di esaurirsi prima del traguardo.

Il principio cardine della democrazia è che il popolo possa scegliere da chi farsi governare e che i governanti eletti debbano rendere conto delle loro decisioni. La democrazia si è posta come alternativa alle monarchie del passato, in cui re e imperatori rivendicavano il diritto di governare e tramandavano la corona agli eredi, istituendo dinastie. Nel mondo
arabo, agli albori dell’Islam, il Califfo veniva scelto (eletto) fra un certo numero di candidati.
Questo stato di cose è cambiato con l’ascesa del Califfato omayyade (imperniato sulla dinastia degli Omayyadi) e la nuova situazione è durata fino al crollo dell’Impero ottomano (imperniato sulla dinastia di Osman I). Malgrado l’esistenza dei consigli “consultivi” detti shura, l’ultima parola spettava al sultano o all’emiro.
Dopo il disfacimento dell’Impero ottomano, il mondo arabo è stato dominato per gran parte dalle potenze coloniali, che hanno cominciato a importarvi le loro prassi e i loro concetti, fra cui quello di democrazia. Ancor più sorprendentemente, hanno “assegnato” alle società arabe dei governi rassomiglianti ai propri governi democraticamente “eletti”. Come scriveva Bernard Lewis nel 1992, “Per molto tempo, nel discorso politico arabo, la parola ‘democrazia’ ha denotato i falsi regimi parlamentari insediati e lasciati in eredità dall’Impero britannico e francese”.
Nell’era postcoloniale, nel mondo arabo si è assistito alla nascita di nuove repubbliche i cui governanti hanno rapidamente proclamato la propria adesione alle prassi “consolidate”.
Finora i governanti arabi hanno incluso la democrazia nei loro discorsi quotidiani, anche se le loro prassi erano tutt’altro che democratiche. Con l’avvento della primavera araba, tutti hanno avuto l’impressione che la democrazia fosse a portata di mano, e appelli in favore dell’adozione del modello di democrazia occidentale o turco hanno cominciato a riecheggiare per tutto il Medio Oriente.
Dopo la celebrazione di elezioni apparentemente democratiche, questi appelli a favore della democrazia sono andati oltre la semplice questione della democrazia stessa: l’opposizione ha chiesto ai governanti appena eletti di farsi da parte e i governi in carica, anche in assenza di grandi crisi politiche, sono costretti a obbedire. I nuovi governanti sono stati anche accusati di aver rinsaldato la propria presa sul potere per mezzo di prassi illegali come il clientelismo e la scelta di armare i propri sostenitori.
Quindi il concetto e l’esercizio della democrazia, da entrambe le parti, sono distorti dalla mancanza di parametri corretti. Secondo alcuni osservatori questo stato di cose sarebbe causato esclusivamente da fattori esterni; io ritengo invece che i motivi principali siano interni. Il primo motivo è che dalla morte del quarto Califfo, l’Imam Ali ibn Abi Talib, avvenuta 1352 anni fa, le società arabe non hanno avuto la possibilità di porre in pratica la democrazia.
Benché i governanti sostengano il contrario, il mondo arabo non ha adottato solide prassi democratiche, e ciò ha prodotto il deterioramento delle prerogative democratiche nella regione.
La società deve essere preparata. Se confrontate con le condizioni attuali delle società arabe, le rivoluzioni avvenute nei paesi dell’Europa centrale e orientale non sarebbero riuscite perché il contesto non era idoneo. Il secondo motivo è la fretta e l’appassionato desiderio degli Arabi di istituire democrazie simili a quelle di altri Paesi. Bisogna capire che non sempre, nella storia, le scorciatoie funzionano.
L’Europa ha pagato un prezzo salato, fatto di guerre e di rivoluzioni, pur di porre le fondamenta della sua democrazia matura. Anche i Turchi hanno ammesso di aver pagato un alto prezzo per creare la loro versione di democrazia, comprendente standard e istituzioni democratiche. È quindi lecito concludere che un passaggio brusco dalla dittatura al governo eletto, così come un tentativo di emulare le democrazie occidentali trascurando le differenze culturali, sociali o storiche, possano
produrre risultati indesiderati. In breve, si può affermare che il processo democratico è più o meno lo stesso dappertutto,
ma la sottile differenza risiede nell’esperienza che ciascuna società acquisisce quando adotta la sua versione di democrazia. Siccome le vecchie abitudini sono dure a morire, agli Arabi ci vorrà del tempo per superare i problemi causati dai dittatori rovesciati e successivamente sviluppare democrazie proprie. I rivolgimenti in atto nel mondo arabo non sono
altro che un passo che questo mondo sta compiendo sulla via di costruire un’esperienza propria esplorando il cammino verso una scelta democratica indipendente. Tuttavia, più a lungo dura questo processo, e più le risorse di moderazione, entusiasmo e speranza rischiano di esaurirsi. I tumulti in atto in Siria non sono che un esempio.

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