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Editoriale - I nuovi campioni

Dopo dieci anni di vita porteña, il mio amico Emiliano Guanella – un coraggioso giornalista free lance italiano – si è trasferito da Buenos Aires a Rio de Janeiro. “Perché – dice Emiliano – è lì, in Brasile, che succedono le cose.” In musica, è come passare dagli sfinimenti del tango all’energia del samba.

Ma anche il samba brasiliano, in questa estate, si è trasformato in una rabbiosa capoeira: la protesta in cento città, la contestazione al dio futebol, lo slogan irridente “Meno circo, più pane.” Cosa succede, tra Rio e São Paulo? Questo è un paese poderoso, è la “B” dei BRICS: il club delle potenze emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che tutte insieme da dieci anni sono chiamate a indicare la rotta del nostro futuro. Negli stessi giorni, in Turchia (la moderna, la veloce, l’occidentale Turchia) i giovani accorsi in difesa di uno sparuto boschetto e di una storica piazza sono diventati un esercito, si sono presi botte e maledizioni ma hanno smascherato il meccanismo della “crescita felice.”
Cosa succede, tra Ankara e Istanbul? La Turchia, con il suo miracolo economico, è la “T” dei MIST: il club dei nuovi campioni (Messico, Indonesia, Corea del Sud, Turchia) che secondo alcuni studiosi avranno in mano le chiavi del mondo nuovo. I “nuovi campioni” sono ricchi ma anche poverissimi, sono duri ma fragili, aggrediscono il difficile equilibrio dell’ecosistema, sono una fornace di contraddizioni sociali e politiche. E questa è la nuova legge: il benessere muove le piazze più della miseria.
“La prosperità – avverte il filosofo Moisés Naím – non compra la stabilità.” Può indicarci la via un Paese come la Russia, che dall’alto della sua montagna di gas e petrolio pratica l’omofobia di stato? O come il Messico, che ha risorse economiche sterminate, ma combatte la “guerra dei trent’anni” contro il mostro del narco-traffico? La moda degli acronimi (BRICS, MIST, PIGS, FISH…) è una brillante semplificazione, ma più che descrivere tendenze socio-economiche reali rivela un bisogno
classificatorio, e la vana ricerca di un senso nel tumultuoso procedere della storia. “Il secolo è fuori di sesto”, direbbe ilpallido Amleto, contemplando il mondo dalle torri di Elsinore. Più umilmente, arrendiamoci a questa evidenza: nella scomposta carovana del pianeta non esiste più un capobranco. Tutti sgomitano, e mordono, e non è un bello spettacolo.
Benvenuti nel club dei giganti infelici.

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