I dilemmi del voto

Ci sono aspettative diverse attorno alle elezioni europee della prossima primavera.Un astensionismo più elevato del solito può far crescere il peso dei voti più antieuropei. Ne potrebbe uscire un Parlamento nel quale per la prima volta i movimenti populisti contendono la tradizionale egemonia dei Popolari e dei Socialisti, con conseguenze fino a oggi imprevedibili.

Non so quanto questa previsione sia fondata e quanto si tratti di un incubo destinato a essere cancellato dai fatti. Ma qui si affaccia la seconda aspettativa, quella cioè che Socialisti e Popolari, allo scopo di contrastare la previsione (o l’incubo), insistano molto nella loro campagna elettorale sui temi sociali e della crescita, nella consapevolezza che per la stragrande maggioranza degli elettori l’Europa ha smesso di essere attraente perché ha smesso di offrire qualcosa in più rispetto agli Stati nazionali, ha smesso di difendere il suo modello sociale, ha smesso di adoprarsi affinché nessuno sia lasciato in mezzo alla strada.


È una consapevolezza senz’altro motivata. È vero che, dopo gli anni iniziali nei quali l’adesione all’Europa scaturiva dal ripudio della guerra e dalla costruzione della pace fra i Paesi europei – un tema fortissimo nelle generazioni che erano da poco uscite dalla Seconda guerra mondiale – ciò che aveva mantenuto il consenso attorno alla costruzione comune era, appunto, il valore che in più modi essa aggiungeva alla cittadinanza nazionale: più mercato, più diritti, più risorse. Poi, con l’aggravarsi e il diffondersi della crisi economica degli ultimi anni,  l’Europa è parsa a molti non un veicolo per uscirne, ma caso mai una trappola che ci imponeva prezzi ancora più alti: sacrifici sempre più severi ai paesi dell’eurozona più indebitati, contributi di solidarietà nei loro confronti mal sopportati dagli altri, che li hanno percepiti come un ingiusto concorso nel pagamento di debiti di cui non erano responsabili. Con tutti in attesa di un ritorno alla crescita, che l’Europa ha ben pochi strumenti per propiziare.
Qual è allora la questione che ci troviamo davanti? È più che auspicabile che i partiti tradizionali, al di là degli accenti diversi sulle politiche di austerità sinora seguite (più critici i Socialisti, più fermi i Popolari, che con la Cancelliera Merkel ne hanno assunto la maggiore responsabilità), convergano nell’impegnarsi sulla crescita e sulla salvaguardia dei diritti sociali.


Il fatto è che l’Europa com’è non è attrezzata per onorare impegni del genere, mentre buona parte degli Stati membri dell’eurozona si è tenuta mille miglia lontana dal perdurare dei vincoli imposti dal riaggiustamento finanziario.
Che cosa servirebbe per uscirne? Servirebbe – come si suol dire – “più Europa” e più precisamente più risorse e più competenze al livello europeo, che permettano ad esso di assolvere a quel ruolo anticiclico, che è essenziale per attenuare e bilanciare gli effetti ciclici dell’austerità, alla quale gli Stati membri non possono sottrarsi e che da soli non possono compensare.

Nessuno lo contesta sul piano razionale, una volta aggiunto – sia chiaro – che vi sono riforme interne per la competitività che quegli stessi Stati devono adottare, senza rifugiarsi in lamenti e alibi europei. Tutti però sono restii a farne un tema di campagna elettorale, perché la diffusa ostilità verso l’Europa com’è, può rendere sgradito qualunque messaggio traducibile in “più Europa”, anche se con “più” si intende non una ulteriore razione di quella che abbiamo (more of the same), ma un’Europa più integrata e migliore.
Attenzione, non si tratterebbe di uscirsene da un giorno all’altro con la richiesta della immediata convocazione di una Costituente europea.
Assai difficilmente i cittadini ne coglierebbero il nesso con i problemi che li assillano.
Ci si dovrebbe piuttosto impegnare a dare concretezza a quella fiscal capacity dell’Unione che già è entrata nei documenti del Consiglio Europeo e della Commissione e che servirebbe, non a pagare i debiti degli Stati in difficoltà, ma a tener vive le loro economie. Si dovrebbe dar vita davvero a quella Banking Union da tempo in cantiere, in modo però non da punire e basta le banche che ne faranno parte ma da metterle anche in grado di restaurare i circuiti europei della liquidità (questa
critica è stata giustamente mossa alla pesantezza delle condizioni di recente convenute dall’Ecofin per l’utilizzo dei fondi comuni. Ci servono delle banche rese affidabili e responsabili, non dei penitenti ridotti a una purificata astenia). Certo, quanto più cresceranno gli strumenti di integrazione, tanto più diventerà necessario adeguare la complessiva governance
europea alle esigenze di legittimazione democratica che naturalmente ne scaturiranno. Ma a quel punto, se le cose funzioneranno, saranno i cittadini a pretenderlo e sarà allora che avrà senso parlare di riforme più schiettamente “costituzionali” e, perché no, di una nuova Convenzione a cui affidarle.
Insomma, quello che dovrebbe partire – o ripartire – è un nuovo ciclo di passi integrativi, in assenza dei quali rischiamo di restare nel collo di bottiglia in cui ci troviamo, preda dei populismi che capitalizzano l’inevitabile scontento e incapaci tuttavia di uscirne, perché paralizzati dalla paura dello stesso scontento.


Non sarà predicando socialità e crescita che i partiti europei supereranno questo paradosso.
Dovranno avere il coraggio di spiegare e far condividere ciò che serve per recuperare l’una e l’altra cosa. Ed eccolo allora l’ingrediente risolutivo, quello che riesce a far fare le cose che non accadono da sole: il coraggio. Non possiamo
collocarlo nel quadro delle aspettative e delle previsioni sulle prossime elezioni europee.
Ma possiamo sperare che ci sia.

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