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Karel De Gucht: la sfida globale

East intervista Karel De Gucht, Ministro degli Esteri del Belgio dal 2004 al 2009, e attuale Commissario europeo per il Commercio nella Commissione Barroso. Segretario del VLD, Partito dei Liberali e Democratici fiamminghi dal 1999 al 2004.

Negli ultimi vent’anni la globalizzazione dei mercati ha portato grandi benefici ad alcuni Paesi considerati in via di sviluppo. L’Unione Europea si trova ora a competere contro una concorrenza molto aggressiva da parte di questi Paesi. Il boom economico in Cina, India, Messico e in altre Nazioni si deve in parte a costi di produzione notevolmente ridotti. Cosa può fare l’Europa per contrastare una concorrenza simile? Le principali economie emergenti, in particolar modo Cina, India e Brasile, stanno giustamente raccogliendo i frutti del loro crescente impatto sul commercio globale. Questa crescita, fondata sulla liberalizzazione, è alla base dello storico successo ottenuto da questi Paesi nel far uscire milioni di persone dalla povertà.
Ma il loro essere diventate maggiormente competitive impone un cambiamento nella natura delle nostre relazioni commerciali. Gli sforzi precedentemente profusi nella cooperazione allo sviluppo sono ora volti alla creazione di forme di partenariato maggiormente equilibrate, fondate su interessi reciproci e su una più equa condivisione delle responsabilità.
La principale sfida strategica per l’UE è ancorare i Paesi in questione al sistema commerciale globale mediante una nuova “convenzione”.
Ma con l’aumento dei benefici che traggono dal sistema del commercio globale, aumenta anche la responsabilità di contribuire pienamente al mantenimento di un regime internazionale che favorisca l’apertura. Un’apertura sia economica che politica, perché questo si aspettano i cittadini europei da questi Paesi viste le aperture fatte nei loro confronti.
Una politica attiva di scambi commerciali con i Paesi emergenti, dove esistono sia importanti prospettive di crescita sia grandi potenzialità di ulteriori sbocchi commerciali non può che giovare. Un potente strumento per sfruttare queste potenzialità è l’agenda UE sugli accordi di libero scambio con i Paesi emergenti come l’India, i Paesi dell’area ASEAN e quelli del Mercosur. Dato che l’obiettivo generale degli ALS è la rimozione di ogni barriera tariffaria e non tariffaria al commercio, e che l’Unione Europea, alla stregua di altre economie avanzate, è più aperta agli scambi rispetto ai partner emergenti, l’agenda UE dovrà necessariamente riequilibrare l’attuale asimmetria nel grado di apertura e promuovere l’evoluzione verso una maggiore parità di condizioni. Oltre all’alto costo del lavoro, le nostre aziende devono far fronte a ulteriori costi imposti dalla sicurezza, la previdenza, la burocrazia, il rispetto per l’ambiente che nell’area BRICS e MIST incidono meno. A lungo andare, anche in questi Paesi si svilupperà una coscienza sociale cui seguirà l’imposizione di una più severa regolamentazione. Nel frattempo su quali strumenti può fare affidamento l’Europa per fronteggiare il dumping sociale?
Questa domanda sembra suggerire che alti standard per l’impiego e il rispetto dell’ambiente rappresentino un fardello economico. Io la penso diversamente. Elevati standard ambientali possono agire da catalizzatore per l’innovazione, incentivando la creazione di prodotti migliori e sempre più efficienti, che cambino in meglio la nostra vita e tutelino la nostra salute e l’ambiente. Vorrei anche ricordare che tutti i prodotti sul mercato europeo sono tenuti a osservare le norme tecniche europee. In altre parole la questione dei vincoli si sviluppa in entrambi i sensi: i Paesi in via di sviluppo protestano contro i nostri requisiti di sicurezza e tutela ambientale, perché troppo complicati e onerosi da rispettare. Rispetto alla forza lavoro, i lavoratori europei sono tra i più produttivi al mondo, con una produttività media di gran lunga superiore a quella dei lavoratori in molti Paesi in via di sviluppo. Sebbene in termini di scambi commerciali e produzione industriale le maggiori economie emergenti si stiano mettendo rapidamente al passo con i Paesi più progrediti,esse accusano tuttora livelli di produttività e reddito pro capite bassissimi in confronto alle economie industriali più avanzate. In Cina, la produttività è il 20% di quella dei Paesi UE.
Questi livelli potranno anche crescere in fretta, ma anche i salari vedono un incremento annuo intorno al 20%.
Il futuro dell’Europa non sta nella manifattura a basso costo tipica di molti Paesi in via di sviluppo, ma nella produzione di beni e servizi di alta qualità propria dell’economia della conoscenza. Riuscire a sfruttare la nostra abilità nel vendere prodotti a prezzo pieno è l’unico modo per mantenere i nostri livelli di protezione sociale e salariale oltre che aumentare l’occupazione.
Ultimamente, la Commissione ha intrapreso una procedura antidumping contro la Cina a causa di aiuti statali alla produzione di pannelli solari. L’azione è però stata ostacolata dalla Germania, che ha una rapporto privilegiato con Pechino. Su quali altri mezzi può contare l’Europa per difendere le sue preziose industrie?
Va precisato che in risposta al dumping dei pannelli solari da parte della Cina abbiamo introdotto dazi temporanei, applicati con approccio scalare. Se non viene trovata una soluzione entro due mesi i dazi aumenteranno. Sono già in corso negoziati con i Cinesi per trovare una soluzione mediante “impegni”. Spero che ciò accada. Ci battiamo fermamente contro la slealtà commerciale. Il nostro impegno verso l’apertura dei mercati si regge sulla nostra capacità di sovvertire pratiche commerciali anticoncorrenziali, usando procedure antidumping e antisussidio.
Non è nostra intenzione interferire con i vantaggi concorrenziali dei nostri partner, ma non esiteremo ad agire se questi vantaggi sono rafforzati da pratiche sleali quali prezzi anticoncorrenziali, sussidi o altre distorsioni del mercato.
In Brasile, il tasso di crescita ha recentemente subito un brusco rallentamento. Nuove tensioni sociali e politiche in Turchia stanno mettendo in discussione il modello di sviluppo dell’AKP, il partito al governo. In Cina non si placano le forti tensioni tra le regioni costiere e le zone interne. Secondo Lei quali tra i Paesi BRICS e MIST hanno più probabilità di continuare il loro percorso di crescita sostenuta, considerando i loro modelli di produzione correnti? Domanda complessa. Molti di questi Paesi possiedono un alto potenziale di sviluppo, ampi margini di miglioramento della produttività, un’enorme forza lavoro, riserve di capitale e di idee, e infine l’inclusione nella catena di valore globale. Tuttavia ci sono anche enormi impasse, disparità, tensioni e contraddizioni in Paesi che hanno tuttora essenzialmente due economie. Basti pensare alla corsa all’urbanizzazione in Cina, dove nei prossimi dieci anni 250 milioni di persone si sposteranno dalle campagne alle città. Questa tremenda sfida costituisce certamente anche una grande opportunità.
Le tensioni sociali sono intrinseche allo sviluppo sociale. Non è solo una questione di crescita economica. L’aumentata potenza economica comporta necessariamente dei cambiamenti sociali, ma ci vorrà tempo e gli ostacoli non mancheranno.

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