Il cartoncino del savoir faire

I biglietti da visita formali permettevano a diplomatici e funzionari che si detestavano di mantenere una certa cordialità nei rapporti.

II due leader sono seduti, di fronte, in comode poltroncine, un tavolino basso tra loro, alle loro spalle la discreta presenza di un interprete. Qualche sorriso, qualche espressione compunta, e poi, come si usa, la stretta di mano.

Il problema della “foto di rito” è che talvolta persone che non si possono soffrire sono costrette a coesistere, anche se per poco, nello stesso luogo.

Ormai è la posta elettronica a oliare gli ingranaggi della diplomazia, come l’affare Wikileaks ha pericolosamente dimostrato.

In tempi meno complessi il compito veniva assolto dal biglietto da visita diplomatico – un cartoncino rettangolare simile a un comune biglietto da visita ma più spesso con solo un nome – che permetteva a diplomatici di grado e altri funzionari di interagire socialmente senza necessariamente incontrarsi.

“I biglietti da visita diplomatici si usavano per le visite di cortesia” ricorda Kyle Scott, il Console generale americano a Milano. “Ho letto qualcosa a riguardo, ma da quando, nel 1980, sono entrato nel corpo diplomatico a oggi non ne ho mai visto uno. Ora i diplomatici hanno biglietti da visita identici a quelli usati nel mondo degli affari.”

Sian MacLeod, l’Ambasciatrice britannica nella Repubblica Ceca fino allo scorso giugno, nel suo blog fa menzione di un libretto del 1965 da lei ritrovato nell’ambasciata di Praga che faceva riferimento ai biglietti da visita diplomatici (Consigli per i funzionari del corpo diplomatico e loro mogli in missione diplomatica all’estero). Il libro ammonisce che “una donna sposata non deve mai lasciare un biglietto (da visita) a un uomo”.

I cartoncini non venivano usati solamente dai diplomatici, all’epoca solo uomini , ma anche dalle loro mogli.

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