In Cina la cicogna arriva dall’America

I ricchi cinesi fanno partorire eredi da madri surrogate americane che gli trasmettono anche la nazionalità Usa.

La maternità sostitutiva sembra essere la risposta al crescente dramma dell’infertilità in Cina, agli ostacoli della legge sul figlio unico e all’ottenimento della cittadinanza statunitense per il bambino nato da madre fittizia – cittadino Usa dalla culla – e per i genitori che possono accedere al passaporto americano quando il figlio avrà 21 anni.

È la sferzante realtà che emerge da un’inchiesta dell’agenzia Reuters. Si tratta di Cinesi benestanti, disposti a sborsare oltre 120mila dollari per una madre portante, americana, e a emigrare per mettere in sicurezza il patrimonio in un Paese dove vige uno stato di diritto che dà qualche certezza in più rispetto alla Nazione di provenienza.

Il tutto avviene tramite i centri di fecondazione assistita: agenzie sia americane sia cinesi, in concorrenza tra di loro per assicurarsi una fetta di mercato del nuovo “business della surrogazione della maternità”. Non svelano i numeri degli utenti che hanno fatto richiesta di un utero in affitto, ma non nutrono dubbi sul fatto che la domanda sia cresciuta molto.  

Secondo il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, il nuovo fenomeno scoppiò a partire dal 2006, quando venne alla luce il caso di una coppia della provincia meridionale del Guangdong con otto bambini avuti attraverso due gravidanze surrogate parallele costate un milione di yuan, mettendo in subbuglio l’opinione pubblica.

In Cina è illegale la gestazione di sostegno: l’impegno della donna a portare a termine una gravidanza su commissione di coppie sterili, o di single. Nel 2001 il Ministero della Sanità annunciò le Misure Amministrative per La Tec nologia Riproduttiva Ausiliare degli Esseri Umani, una norma che sanciva il divieto di qualsiasi forma di commercio di embrioni e ovuli, proibendo ai medici e alle cliniche il ricorso alla maternità sostitutiva. La normativa, inoltre, richiedeva che l’introduzione delle tecnologie riproduttive fosse in linea con la politica nazionale di pianificazione familiare – un forte disincentivo all’uso.

Le “agenzie di surrogazione” hanno aggirato gli ostacoli normativi presentandosi come “intermediari” che facilitano la “ricerca di madri sostitutive volontarie”. Sui siti Internet per reclutare le madri surrogate, sempre più numerosi, si evita con cura il riferimento esplicito alla tanto sgradita, nonché fuorilegge “tecnologia riproduttiva assistita”. La cornice legale è poco chiara. Ad esempio, la legge sui contratti non contempla gli accordi in materia di fecondazione assistita. Ma gli affari sono affari e gli stessi genitori cinesi sono motivati a mantenere riservata la maternità sostitutiva. È chiaro però che la surrogazione di maternità svela le disuguaglianze create dall’attuazione della controversa legge detta “del figlio unico”, uno dei più pesanti interventi della politica sociale maoista.

Ogni nucleo familiare cinese, tranne alcune eccezioni, da oltre trent’anni è stato costretto a rispettare le quote nascite stabilite dal Governo: non più di un figlio per ogni coppia. Chi metteva al mondo un secondo erede è andato incontro a multe salatissime. La legge, almeno in teoria, riguardava tutti: semplici cittadini e quadri di partito, abbienti e poveri. Eppure, la diffusione delle gravidanze surrogate, in Cina e all’estero, ha fatto emergere una netta demarcazione tra famiglie ricche e potenti e quelle più povere: le prime potevano eludere le restrizioni, mettendo al mondo una prole – anche estesa – con passaporto americano; mentre le seconde subivano gli effetti più brutali di una legge profondamente lesiva della dignità umana.

Dal Terzo Plenum, l’importante appuntamento politico che a novembre ha approvato le riforme da introdurre nella prossima decade, è emerso un rilassamento della draconiana politica del figlio unico, ciò per la Cina passa come una grande novità. La nuova norma concederà la possibilità di avere un secondo figlio anche alle coppie dove solo uno dei due genitori è figlio unico: un ulteriore passo avanti rispetto alle precedenti modifiche che permettevano solo alle coppie dove entrambi i genitori erano figli unici di avere un secondo bambino. La riforma dovrebbe servire a riequilibrare la disparità di genere tra maschi e femmine in Cina: lo squilibrio tra i generi nel 2012 aveva portato il rapporto tra i nuovi nati a 118 maschi per ogni cento femmine.

Far nascere il proprio figlio dal ventre di una madre americana costa moltissimo. L’intera operazione comporta una spesa non inferiore ai 500mila dollari. Le agenzie cinesi offrono pacchetti a prezzi ridotti; la gravidanza surrogata costa da 120mila a 200mila dollari, a cui s’aggiunge la promozione “speciale”: “con 300mila dollari la coppia può avere due figli al costo di uno, ed espatriare”. Non ha prezzo la possibilità di dare la cittadinanza Usa ai discendenti, e di emigrare.

John Weltman è presidente di un’agenzia di Boston, Circle Surrogacy, che segue all’incirca 140 casi di fecondazione all’anno di cui il 65% per conto di coppie provenienti da fuori, in particolare dalla Cina. Dice che molti suoi clienti cinesi ricorrono a madri surrogate per mettere in salvo i beni di famiglia, per proteggerli da eventuali politiche vessatorie del proprio Paese, come già accaduto in passato. Il futuro della Cina in trasformazione non è per ora limpidissimo e molti arricchiti dal Nuovo Corso temono di andare incontro a sventure in caso di gravi sommovimenti sociali. Non è azzardato ipotizzare che la recente campagna anticorruzione lanciata dal Presidente Xi Jinping stia mettendo in fuga alcuni grossi pesci. Pesci con un’improvvisa voglia di paternità. 

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