Il paradosso inglese: fuori dall’Europa, fuori dal mondo...

I conti britannici traggono beneficio dall’Unione europea. Ma i cuori inglesi sono attratti dalla dis-unione.

 

Esattamente un anno fa, nel numero 46 di East, elaboravo argomenti sul futuro dei rapporti tra Unione europea e Regno Unito, prendendo spunto dalle strampalate dichiarazioni programmatiche di David Cameron. Proviamo a verificare cosa è accaduto in dodici mesi.

“Se non si riescono a proteggere gli interessi collettivi dei membri che non fanno parte della zona Euro, allora questi saranno costretti a dover scegliere tra aderire all’Eurozona – cosa che il Regno Unito non farà – e uscire dall’Ue”.

Con queste parole, a fine gennaio, il Cancelliere dello Scacchiere britannico (il Ministro delle Finanze), George Osborne, ha ribadito la posizione di Londra sulla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione europea, a distanza di un anno dall’annuncio del Premier Cameron circa la sua volontà di indire un referendum nel 2017 (in caso di vittoria alle elezioni del 2015) per decidere l’uscita o meno del Paese dall’Ue.

Le frasi a effetto di Osborne arrivano in una fase delicata della politica britannica, che vede Cameron perdere terreno nei sondaggi, in vista delle elezioni del 2015: i Tories otterrebbero solo il 34% dei consensi, contro il 39% dei laburisti e dunque avrebbero bisogno dei Lib- Dem. o della formazione ultra-nazionalista ed euroscettica dell’UKIP, in grande ascesa.

Cameron subisce la contestazione anche dall’interno: la dirigenza del suo stesso partito conservatore, in una lettera di metà gennaio, ha formalmente chiesto al Premier britannico la facoltà per la Camera dei Comuni di bloccare la nuova legislazione europea che minaccia gli “interessi nazionali” (sull’esempio tedesco).

Ma se è vero che la permanenza di Londra nell’Ue non piace agli Inglesi, è pur vero che contribuisce significativamente ai loro interessi economici. Nelle conclusioni preliminari di uno studio voluto dal Governo per esaminare le diverse competenze tra Ue e Londra, esperti, organizzazioni non governative, imprenditori e membri del Parlamento hanno convenuto quanto sia nell’interesse del Regno Unito continuare a operare all’interno della cornice europea per l’economia, il commercio, la difesa, la politica estera, la tecnologia e in generale per le sfide globali.

Essere membri dell’Ue e del mercato unico garantisce a Londra un impatto politico e benefici economici di cui altrimenti non riuscirebbe a godere. Alcuni esponenti del mondo imprenditoriale e finanziario britannico, tra cui i presidenti di Borsa e Confindustria, hanno scritto a Cameron, ricordando come un’uscita dall’Ue potrebbe costare oltre 30 miliardi di euro all’economia inglese e alle sue aziende che, grazie a essa, sono cresciute.

Gli economisti, l’inglese Boltho e l’americano Eichengreen, hanno recentemente quantificato in un +5% il valore aggiunto del mercato unico sul Pil dell’Ue. E questo dev’essere molto chiaro a tutti gli investitori stranieri in UK, se consideriamo le recenti dichiarazioni dei numeri uno dei maggiori tra questi: il co-CEO di Goldman Sachs International ha dichiarato che la banca ricollocherebbe il suo hub europeo (5.500 dipendenti attualmente nella City), se la Gran Bretagna lasciasse la Ue. E lo stesso concetto è stato comunicato ufficialmente da Toyota, Ford e Nissan, protagonisti di un settore che genera ricavi annuali per quasi 50 miliardi di euro e dà lavoro a oltre 700mila persone.

Nonostante ciò, Cameron – pur consapevole di questi dati – si è presentato agli ultimi vertici europei per esprimere forti obiezioni alla legislazione europea, confidando di intercettare un euroscetticismo ormai diffusissimo nel Regno Unito.

È un gioco pericoloso: la carta del referendum sull’Ue potrebbe infatti rivelarsi controproducente da molti punti di vista. Prendiamo a esempio l’effetto indiretto che potrebbe avere sul prossimo referendum sull’indipendenza della Scozia, a settembre.

È verosimile che la maggioranza degli Scozzesi finisca con l’esprimersi per restare nel Regno Unito, a meno che lo spauracchio di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, l’anno successivo, non convinca gli Scozzesi, da sempre pro Ue, a considerare il divorzio definitivo da Londra. In quel caso, il Regno (Dis)Unito si troverebbe – privo di una parte importante del suo territorio – a dover competere con grandi economie come India e Cina senza il vincolo europeo e, dunque, destinato a una triste, progressiva, ma inesorabile marginalizzazio - ne dal gioco che conta.

Secondo George Osborne, tra i motivi principali del declino dell’Unione europea, che spingerebbero il Governo britannico all’improvvida decisione di abbandonare il progetto europeo, ci sarebbero la poca innovazione, la troppa disoccupazione e la spesa eccessiva per il welfare. O si cambia e si esce dal declino, ha chiarito il Ministro delle Finanze, o il Regno Unito lascia la Ue.

La parte più interessante dell’intervento di Osborne, però, non mi sembra la minaccia di lasciare la Ue, ma quella che si focalizza sull’urgenza di riformarla: “I maggiori rischi economici che l’Europa affronta non vengono da coloro che vogliono le riforme, semmai da un fallimento delle riforme stesse”, ha detto. “È lo status quo che condanna il popolo europeo a una crisi economica prolungata e a un persistente declino”, ha proseguito nel corso del già citato intervento pubblico.

Londra è molto preoccupata dalla prospettiva di una maggiore integrazione tra i Paesi euro che, di fatto, potrebbe costringere i Paesi non euro a un bivio sgradito. Io resto convinto che il Governo inglese, pur puntando a una prioritaria realizzazione della mera e sola integrazione dei mercati, non potrebbe mai rinunciare a saltare sul carro di un’Europa che trovasse il coraggio di proiettarsi verso un futuro federale.

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