La Cina riscopre la fede degli avi

Religioni tradizionali, argini alla troppa avidità.

Il sì alla religione, o meglio, alle fedi tradizionali, in Cina è arrivato dalle pagine del Quotidiano del Popolo. In un articolo del 26 novembre scorso, il direttore dell’Ufficio per gli affari religiosi, Wang Zuoan, scriveva che ai culti della tradizione popolare cinese dovrebbe essere riconosciuto ufficialmente il contributo dato alla causa nazionale. “Dovremmo prestare maggiore attenzione al fervore dei credenti – scriveva Wang – incoraggiare gli aspetti positivi della religione ed estrarre dalle dottrine i contenuti che si accordano con i bisogni della società”. Il più importante giornale cinese, organo d’informazione del PCC, forniva quindi un chiaro endorsement alla fede, capace di promuovere valori come “riconciliazione, benevolenza, tolleranza e moderazione” che possono servire a rafforzare il sentimento di unità nazionale.

L’approvazione del partito non è però arrivata senza riserve e precise limitazioni. Oltre al confucianesimo, anche taoismo e buddismo vengono incoraggiati, mentre non viene fatta menzione delle fedi che si sono sviluppate al di fuori dei confini nazionali, come il cristianesimo, o l’islam praticato dalla minoranza uighura, restia ad accettare l’autorità di Pechino nello Xinjiang.  

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