La diplomazia di Dio

Quella vaticana è tra le più estese reti diplomatiche del mondo.

“Se il Vaticano è la prima diplomazia del mondo, figuriamoci la seconda!”, diceva l’arguto cardinale Domenico Tardini, Segretario di stato di papa Giovanni XXIII. Allora la rete internazionale della Città Eterna poteva contare su una sessantina di nunzi apostolici, come sono chiamati gli ambasciatori della Santa Sede.

Tardini ci scherzava sopra, ma sapeva di poter contare già allora su un’incomparabile rete che gli permetteva di avere un “occhio” sulla realtà degli stati più importanti dell’Occidente, di tessere relazioni con il potere delle maggiori cancellerie mondiali, di assistere e proteggere le comunità cattoliche presenti.

Oggi la Chiesa cattolica gioca un ruolo ancor più vasto e imponente sullo scacchiere mondiale. E il ruolo di Francesco, il papa argentino venuto “dalla fine del mondo”, ha accresciuto l’interesse delle cancellerie mondiali su un apparato che rivaleggia per capillarità solo con la Cia.  

Il capo di questa rete tentacolare di interscambio con i paesi e le comunità cattoliche del mondo è il Segretario di stato. Il 15 ottobre Bergoglio ha nominato nuovo Segretario di stato l’arcivescovo (oggi cardinale) Pietro Parolin, 59 anni (giovanissimo per i parametri della Curia romana), vicentino di Schiavon, già nunzio a Caracas con esperienze nelle nunziature della Nigeria e del Messico.

Il Papa ha obbedito a quella norma non scritta in vigore dai tempi di Paolo VI che vuole un segretario di stato italiano se il pontefice è straniero e viceversa (con Montini il capo della diplomazia vaticana era il cardinale francese Jean Villot).

Parolin succede al cardinale salesiano Tarcisio Bertone, che ha occupato gli uffici della Terza Loggia del Palazzo Apostolico (sede della segreteria di stato) per oltre sette anni, teologo e raffinato filosofo, con poca esperienza dell’inglese (e del Blackberry). Con Parolin il Vaticano torna alla tradizione diplomatica novecentesca del cardinale Agostino Casaroli, il protagonista della Ostpolitik vaticana, l’uomo che ha contribuito alla caduta del Muro di Berlino e ha portato avanti la politica ecclesiale di Giovanni Paolo II. Il pontificato di Wojtyla fu caratterizzato da una diplomazia aggressiva e impegnata con i suoi numerosi viaggi nel mondo. Durante il suo pontificato le rappresentanze raddoppiarono, rinnovando l’influenza della Chiesa in tutto il pianeta.

“La diplomazia vaticana disorienta spessoi diplomatici classici, perché si dipana anchesul piano pastorale”, ha spiegato recentementeFrançois Mabille, specialista direlazioni internazionali all’Écolepratique des hautes études(EPHE) di Parigi. “In fondola Chiesa è attenta a difenderei suoi valori e proteggere i suoicristiani, ovunque essi siano,cercando accordi pragmatici intutti i paesi”. Il Vaticano ormai intrattienerelazioni diplomatiche con 180 stati del mondo. Ai primi del Novecento erano non più di una ventina. L’attuale diplomazia della Santa Sede può contare su 102 nunzi apostolici, alcuni dei quali coprono più Stati e quasi la metà è italiana. Molti meno rispetto al passato, quando i nunzi, formati ancora oggi alla Accademia diplomatica pontificia di Roma, parlavano quasi esclusivamente la lingua di Dante, oltre al latino e al francese, la lingua dei diplomatici per eccellenza.

L’internazionalizzazione del personale diplomatico della Santa Sede è destinata a crescere, visto che sotto Benedetto XVI sono stati nominati 45 nunzi di cui solo sedici provenienti dall’Italia.

Con la Palestina il Vaticano mantiene relazioni “speciali”. A questi vanno aggiunti i vari ruoli di “osservatori” speciali e permanenti. Come quello all’Assemblea dell’Onu, al Consiglio d’Europa di Strasburgo, alla Fao a Roma, all’Unesco a Parigi. La Santa Sede ha rappresentanze anche con l’Unione europea e il Sovrano militare ordine di Malta.

In pratica il Vaticano difende i valori cari alla Chiesa cattolica nelle riunioni delle Nazioni Unite o dell’Europa, così nelle grandi conferenze internazionali sul disarmo, sulla demografia, sulle donne, sul dialogo interreligioso, e recentemente anche sull’acqua.

Gli stati con cui la Santa Sede non intrattiene relazioni sono l’Afghanistan, l’Arabia Saudita,il Bhutan, la Corea del Nord, le Maldive, l’Oman, Tuvalu, il sultanato del Brunei, il Laos,Myanmar (l’ex Birmania), le Comore, la Mauritania, la Somalia e quella Repubblica popolare cinese in cui i vescovi cattolici nominati dalla Santa Sede devono vivere nell’anonimato.

Ma la Chiesa con la Cina continua a tessere la tela del dialogo, nonostante le persecuzioni dei cristiani nel paese più popoloso del mondo e questa apertura è uno dei grandi progetti del papato di Francesco, confermato nel suo discorso ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede. Dal 2011 il Vaticano infatti è stato accreditato con un nunzio presso l’Asean, l’associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico. E passi importanti si stanno facendo per insediare una nunziatura a Pechino. Una cosiddetta “missione di studio” risiede a Hong Kong, anche se formalmente fa parte della nunziatura delle Filippine. Pronta a trasferirsi nel Paese del comunismo reale.

Come abbiamo visto, i paesi con i quali la Chiesa cattolica non intrattiene relazioni sono per lo più di religione islamica. Ma alla solenne messa di inaugurazione del pontificato di papa Francesco hanno partecipato delegazioni dell’Afghanistan e dell’Arabia Saudita.

Spesso le relazioni della Chiesa vanno oltre l’attività diplomatica e si basano su una trama fitta di relazioni composta da sacerdoti, parroci, vescovi, missionari, operatori delle Ong sparse ai quattro angoli del mondo, capaci di raggiungere persino la Cina e la Corea delNord, come sottolineavano i memoriali di Wikileaks scoperchiati da Assange.

Francesco vorrebbe anche una rete diplomatica “sudamericana” e “terzomondista”, più semplice e sobria (sono finiti i tempi in cui l’arcivescovo Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, impose l’acquisto di opere d’arte sacra di valore nelle nunziature di mezzo mondo, provocando la sollevazione di nunzi che dovevano far quadrare i bilanci a fine anno). Il pontefice perseguirà quella che è la via maestra della rete diplomatica di nunzi ed emissari in tutto il mondo, il dialogo e la pace.

“È questo il motivo dell’esistenza della diplomazia pontificia”, ha spiegato recentemente il cardinale Parolin, “senza queste finalità la diplomazia vaticana non avrebbe motivo di esistere.”

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