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Il gatto di Churchill

Sono stati i felini a vincere la Seconda guerra mondiale?

Sir Winston Churchill, il grande Primo ministro inglese che ha condotto il suo Paese alla vittoria nella Seconda guerra mondiale, aveva una passione smisurata per gli animali, con una speciale predilezione per i felini.

Di tutti i gatti del leader britannico, il più importante è stato l’ultimo, un bel gatto rosso tigrato con le zampette e il petto bianchi chiamato Jock, dal nomignolo di Sir John Colville, il suo segretario particolare, che glielo aveva regalato per il suo ottantottesimo compleanno.

Churchill e Jock vissero insieme solo due anni prima della morte dello statista il 24 gennaio del 1965, all’età di novant’anni. Lui era così particolarmente attaccato a quel gatto da tenerlo sempre in grembo, persino nelle foto formali del matrimonio del nipote.

Jock era seduto sul suo letto quando Churchill morì nella sua casa di Londra. Il felino fece parte della famiglia vivendo nella villa di Chartwell, nel Kent, fino alla sua stessa morte nel 1974, quando fu tumulato nel cimitero degli animali della proprietà.

La stupenda villa di Chartwell, alla morte di Churchill, fu lasciata al governo inglese ed è diventata monumento nazionale. Le stanze sono oggi più o meno come al tempo in cui lui le visse, con quadri, libri e documenti personali che evocano la sua carriera e i suoi interessi. Anche Jock è sempre lì.

Per volere dello stesso Churchill, un Jock – un ginger cat, rossiccio con zampette e petto bianco – che porti il nome dell’illustre predecessore felino dovrà essere presente a Chartwell per sempre.

Jock II dormiva in casa durante il giorno e usciva di notte a perlustrare il giardino. Jock III, un bellissimo gatto, di temperamento aggressivo, nei giorni di sole amava dormire sui fiori.

Nel 2008 si installò nella residenza Jock IV, ma morì solo due anni più tardi. Dal novembre 2010 ci vive Jock V, un micio bianco e rosso donato dall’Associazione protezione animali inglese. Vive nella parte più alta della casa con il direttore della residenza, Alice Martin, coccolato da tutti; pare ami molto l’acqua e non perda l’opportunità di saltare nelle pozzanghere.

Dall’inizio dell’anno Jock V è andato a vivere in Scozia con la sua padrona e a marzo 2014 si è insediato Jock VI, un altro bel gatto rosso donato dai Samaritani animalisti di Croydon e adottato dalla nuova direttrice della casa e annessi archivi, Katherine Barnettt.

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La svalutazione interna si è resa necessaria in Europa a seguito dell’introduzione dell’euro e della cessione della sovranità valutaria e appare l’unica via percorribile. La Lettonia per esempio, attanagliata da una crisi del credito, ha reagito tagliando drasticamente la spesa pubblica e gli stipendi. La contrazione della sua economia si è arrestata ma intanto il Pil si è ridotto di quasi un quarto, come negli Usa negli anni Trenta. Lo stesso sistema è stato adottato in Irlanda. I due Paesi però venivano da un decennio di robusta crescita che ha presumibilmente attutito le forti riduzioni del reddito personale e nazionale. Il Pil lettone è crollato ma mai sotto il livello del 2005. Per paesi che non hanno visto tanta abbondanza, tollerare queste cure da cavallo è più problematico. In Italia per esempio, l’ultima recessione ha riportato i redditi familiari indietro di 15 anni. Aggiustamenti così drammatici si devono solitamente a uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti. Uno shock o una perdita di fiducia dei creditori di un paese complicano il finanziamento del deficit delle partite correnti, termometro della dipendenza di un paese dai finanziamenti esterni. La crisi del Sud-Est asiatico di 20 anni fa comportò massicce contrazioni dei salari e dei prezzi degli immobili, cosa che spinse le autorità ad accumulare cospicue riserve che finirono per alimentare il credito verso l’estero e a finanziare buona parte delle bolle immobiliari nei paesi più ricchi. In passato le banche centrali reagivano acquistando direttamente le proprie obbligazioni cosa che equivaleva a stampare più moneta. L’inflazione conseguente ridimensionava l’onere del debito e deprezzava la valuta finché l’equilibrio finanziario non si ristabiliva. È una politica che tende a beneficiare i debitori a scapito dei creditori. È stata applicata spesso perché i creditori erano per lo più i propri risparmiatori, spesso i pensionati. La globalizzazione ha invece spostato gli equilibri politici perché, a causa dei blocchi monetari – come l’euro ma anche lo yuan agganciato al dollaro Usa – e dei più intensi flussi di capitale internazionale, all’equazione si sono aggiunti i creditori stranieri. Il bisogno di svalutare aumenta con l’eccessivo ricorso all’indebitamento, misurabile tramite il disavanzo esterno. Per ridurre questa forchetta si devono aumentare le esportazioni e ridurre le importazioni. A questo scopo, gli economisti auspicano un miglioramento della “competitività” che per loro si traduce in un unico dato: il costo del lavoro per unità di prodotto. Un costo del lavoro più basso agevola gli esportatori, mentre l’impatto della riduzione del salario dovrebbe essere calmierato dal fatto che i prezzi dei servizi – un taglio di capelli o il contratto telefonico – si allineerebbero ai salari. I dati suggeriscono invece che quando i redditi da lavoro crollano – anche per un aumento della disoccupazione – i prezzi del barbiere o del telefono non fanno altrettanto. Per farla breve, il peso della contrazione non è distribuito tra salari e prezzi, ma è retto solo dai primi, come scrive senza giri di parole Citigroup in un recente report sul tema. Dato che la maggior parte delle attività di un’economia avanzata non è soggetta a concorrenza diretta – basta considerare che la quota di Pil imputabile allo Stato è vicina al 50% nella maggior parte dei paesi europei – l’uscita dalla crisi non potrà avvenire da un giorno all’altro. L’Fmi nel suo World Economic Outlook dello scorso ottobre ritiene la svalutazione interna inevitabile. Ma sottolinea anche che in Europa i paesi stanno sì riducendo i disavanzi esterni, ma grazie a un aumento della domanda estera e al tasso di cambio. Secondo il suo indicatore, il deflatore del Pil, la svalutazione interna sta avendo un ruolo marginale. Per di più l’effetto positivo sulla competitività tende ad annullarsi quando anche i propri partner commerciali svalutano internamente. “L’Europa si contraddistingue al momento per il suo slancio mercantilista: tutti i paesi, dalla Grecia alla Germania, perseguono un modello di crescita basato sulle esportazioni”, spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, un think tank italiano di Bologna, “il rischio è una corsa al ribasso verso un inutile ridimensionamento della capacità industriale”. La svalutazione interna ha una sua logica, ma far sì che la teoria combaci con la realtà può richiedere riforme istituzionali talmente radicali che molti paesi democratici faranno fatica ad accettare.
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