Norvegia in panciolle

Gli eredi dei Vichinghi cedono al consumismo sfrenato.

Più di un secolo fa il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen scriveva che “non ci può essere libertà o bellezza nella vita quotidiana, se questa dipende dai prestiti e dai debiti”. Chissà cosa direbbe oggi che i suoi connazionali attingono a un patrimonio petrolifero di oltre cinque trilioni di corone e ciononostante sono gravati da un debito privato pari al 200% del Pil.

Il debito pubblico, invece, è agli effetti pratici pari a zero. Questo ha permesso alla Norvegia di tenersi lontana dalla grande recessione, ma non di non essere colpita da una crisi di natura culturale e sociale.

Il giornalista Simen Sætre ha individuato il male: si chiama “Petromania” ed è causato dagli immensi introiti derivanti dal petrolio Brent del Mare del Nord (settanta miliardi di euro all’anno), fonte primaria del generoso welfare. Nel suo libro Petromania and Petrostan, Sætre sostiene che il denaro facile avrebbe “corrotto i Norvegesi, inducendoli a lavorare meno, ad andare in pensione prima e darsi malati con maggiore frequenza”.

Ormai lavorano 1.129 ore all’anno (secondo l’Ocse il 20% in meno di quanto fanno i Tedeschi), godono di almeno 21 giorni di ferie pagate e 55 settimane di congedo parentale.

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