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Burkini, bikini

L’Occidente e il costume da bagno integrale delle musulmane “moderne”.

Una bagnina musulmana sulle coste di Sidney. REUTERS/CONTRASTO/TIM WIMBORNE

Monokini, trikini, face-kini, fatkini… tante le declinazioni del bikini. Diversi modelli di costumi per diverse esigenze: politiche, mediche, estetiche, e anche religiose. Nel 2003 nasce infatti il burkini, il primo costume da bagno femminile “islamicamente corretto”.

Più che intero, integrale, il burkini è composto da un pantalone, una tunica a girocollo e una cuffia che lasciano scoperti esclusivamente i piedi, le mani e il viso di chi lo indossa. Malgrado il nome quindi, questo “tre pezzi musulmano” non è il risultato di una fusione tra la burka islamica e il bikini, ma piuttosto una via di mezzo tra i valori ai quali questi due indumenti femminili sono associati: la pietà religiosa da una parte, e l’emancipazione della donna dall’altra.

A disegnare il primo costume per la “musulmana moderna” è stata Aheda Zanetti, una stilista australiana d’origine libanese e proprietaria di un’azienda di “sportswear Sharia conformant”.

Desiderosa di trovare un modello adatto alle donne credenti e attive per permettere loro di partecipare agli sport acquatici e ad altre attività quotidiane, Aheda inventa quindi il burkini – un suo marchio registrato – come una sorta di compromesso tra religione e integrazione.

L’ispirazione pare l’abbia trovata guardando sua nipote giocare a basket con il velo. Contrariamente all’hijab che ostacola il movimento, la stilista era alla ricerca di qualcosa di pratico ma allo stesso tempo di discreto, capace di mantenere un certo pudore, in conformità con la sua interpretazione dell’islam

Grazie a Internet ma anche allo sviluppo del mercato halal, burkini è diventato un marchio di riferimento per le donne musulmane, in particolar modo per quelle che vivono nei paesi europei.

Può sorprendere che una parte della clientela sia composta da donne non credenti. In Inghilterra, il 15% delle acquirenti del costume integrale non sono musulmane. Spinte verso un’impossibile eccellenza estetica dai media e dalla società dei consumi, alcune donne laiche adottano l’indumento per nascondere i chili in eccesso o altri difetti estetici.

Da Ruqaya al-Ghasara, atleta del Bahrein che nel 2006 ha vinto i 200 metri dei Giochi asiatici di Doha indossando la versione da corsa del burkini, a Easkey Britton, surfista irlandese che l’ha indossato sulle spiagge iraniane, anche le star dello sport che scelgono il burkini sono sorprendentemente diverse tra loro

Oggetto di culto, in tutti i sensi, il burkini è anche un classico dell’islamic fashion business. Dalle passerelle di Abu Dhabi lo ritroviamo non solo su Al Jazeera, ma anche nelle pagine della stampa femminile, da Vogue a Grazia.

L’arrivo del prodotto ha suscitato non poche polemiche. Accusato dalla maggioranza delle femministe occidentali di essere uno strumento di sottomissione della donna, il burkini è invece difeso da una minoranza agguerrita che lo considera uno strumento per l’emancipazione delle donne musulmane.

Il costume ha anche incontrato problemi legali in alcune parti d’Europa. Nella laicissima Francia è per esempio vietato indossarli nelle piscine pubbliche, secondo alcuni per motivi igienici, secondo altri per via del legame con la religione.

Lo stesso argomento è però rovesciato in Germania, dove nel 2013 il Tribunale amministrativo federale tedesco autorizza il “costume da bagno islamico” proprio perché faciliterebbe l’integrazione delle donne musulmane nella società. In Inghilterra esistono delle piscine interamente riservate alle nuotatrici in burkini.

La guardia costiera australiana ha anche autorizzato una versione da lavoro del burkini per permettere alle bagnine musulmane di lavorare in spiaggia. D’altronde, nel suo Paese di nascita il burkini di Aheda Zanetti ha da subito trovato l’approvazione del grande mufti australiano, Taj Aldin al-Hilali.

A dieci anni dal suo arrivo sul mercato, il burkini è oggi vittima del suo successo. Copiato, contraffatto o semplicemente ripreso concettualmente, molte sono le marche che producono la loro versione del costume integrale

Quest’anno, sugli stand della Fiera musulmana di Parigi è apparso perfino rajol: “il primo costume da bagno islamico per uomo”.

Ma al di là della traccia che il costume integrale sembra aver lasciato nella storia della moda balneare internazionale, è anche e soprattutto la testimonianza di una metamorfosi dell’islam contemporaneo che reinterpreta gli strumenti della “modernità” occidentale nella quale vive, associandoli a etichette religiose e culturali proprie.

Più che un costume da bagno, il burkini è un simbolo del nuovo islam del XXI secolo.

 

Diletta Guidi insegna all’Università di Friburgo dove sta terminando un Ph.D con una tesi su islam e le politiche culturali francesi.

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