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Il jihad delle donne

Un paradosso dell’islam: scegliere tra preparare la cena o farsi saltare in aria.

La prima si chiamava Sanaa Muhaidly, aveva appena 17 anni. Si fece esplodere a bordo di una Peugeot bianca davanti a un posto di blocco israeliano in Libano.

Era il 1985 ed Hezbollah, il Partito di Dio del Paese dei cedri, l’aveva arruolata e addestrata per essere una bomba umana. Essere un ordigno ambulante era il suo jihad, il suo sforzo verso Dio, la sua guerra contro l’invasore.

Poi è arrivata Wafa Idris, paramedico della Mezzaluna Rossa palestinese e prima combattente martire del conflitto israelo-palestinese: si è fatta saltare in aria nel 2002 a Gerusalemme. Portava quasi dieci chili di esplosivo in uno zainetto, scoppiati davanti a un negozio di scarpe in pieno giorno.

Ha ucciso se stessa, un anziano signore di 81 anni, e ferito oltre cento passanti.

Come Sanaa e Wafa, sono tante le figlie, sorelle, mogli, madri che hanno preso la stessa strada. Altre ancora sono guerriere nella vita, ma senza cintura esplosiva né fucile. Accudiscono i loro figli, preparano da mangiare per tutti, assistono – se ci sono – i martiri della famiglia prima delle "missioni". Ma c'è chi non si limita solo a collaborare.

C'è chi, come la siriana Umm Jamal, pare se la senta di fare molto di più. Stando alle cronache libanesi di febbraio scorso, rimbalzate sul settimanale americano Newsweek, la donna è stata arrestata nella cittadina di Al-Nabi Sheet, nella valle della Bekaa, cuore povero e rurale del Libano orientale, perché accusata di collaborare con il Fronte al- Nusra, braccio di Al-Qaeda che opera principalmente in Siria e Libano.

Umm Jamal avrebbe confessato di essere stata investita del ruolo di procacciatrice di nuove leve femminili per il gruppo. Avrebbero dovuto partecipare ad "atti di sabotaggio", secondo la ricostruzione fatta dalla giornalista Janine Di Giovanni. Se tra gli attivisti siriani corre voce di un'offensiva delle brigate ribelli in Siria, proprio a tre anni dall'inizio del conflitto interno contro le forze lealiste legate al Presidente Bashar al- Assad, arriverà il momento di attentati kamikaze (e al femminile) pure in questo conflitto?

Per ora non ci sono elementi a sufficienza per prospettare scenari di questo tipo. Detto ciò, pochi giorni dopo l'arresto di Umm Jamal, al-Nusra ha colpito nella Bekaa, con una "bomba umana" che si è fatta esplodere a un check-point militare presso Hermel, al confine con la Siria. Ha ucciso due soldati siriani e un civile. Altre 15 persone sono rimaste ferite.

Gli attentatori suicidi, pronti a farsi esplodere, sono uno strumento economico ed efficace per il terrorismo: possono reagire alle circostanze direttamente sul campo, cambiare obiettivo all'ultimo momento e hanno un costo molto basso rispetto alle operazioni più complesse.

Quando sono donne destano meno sospetti e uccidono di più. Dal Libano dei primissimi anni Ottanta, prima di Sanaa Muhaidly, quando le cronache delle bombe umane raccontavano perlopiù di giovani uomini, spesso poco più che ragazzini, l'identikit di chi decide di farsi esplodere è cambiato e adesso tiene insieme anche guerriere femminili, single o sposate e più o meno avanti con l'età.

Secondo le statistiche, le donne kamikaze avrebbero anche un livello di istruzione mediamente più alto degli attentatori suicidi uomini. E, stando a quanto sostiene la criminologa israeliana Anat Berko, autrice del libro The Path to Paradise, "le donne sono la parte più intelligente di questa smart bomb che è l'attacco suicida" nell'ottica dei terroristi. Non è detto, dunque, che il jihad al femminile porti alle donne-bomba anche in Siria, così com'è successo in Libano, nei territori palestinesi e in Iraq. Ma, se così fosse, al-Nusra potrebbe riuscire a radicare su un terreno di battaglia molto eterogeneo anche quella cultura del suicidio come martirio, più volte rinnegata dall'Islam: l'idea del massacro di civili come servizio offerto alla causa politica e non solo.

Finora, secondo Lina Khatib, direttore del Carnegie Middle East Center di Beirut, i combattenti di al-Nusra hanno usato le donne principalmente per trasportare esplosivo in Libano, in modo da passare i check-point dell'esercito senza destare sospetti. Tante di loro, probabilmente, non hanno grande visione politica di ciò che stanno facendo.

Come ha raccontato la giornalista e premio Pulitzer Judith Miller nella sua inchiesta sulle donne che scelgono di abbracciare il jihad più estremo, le ragioni che portano una donna a caricarsi le spalle e la coscienza di esplosivo possono essere anche opposte: desiderio di vendetta, per un futuro migliore o per un senso estremo di inutilità e insoddisfazione.

Shifa al-Qudsi, una palestinese che stava per farsi esplodere, ma scoperta in tempo, nel 2007 raccontò proprio a Miller: "Prima le donne servivano il jihad solo preparando da mangiare e io pensavo: potremmo fare di più. Poi l'ho fatto anche io". Gli ambienti in cui è nato il germe della rivoluzione siriana di oggi appaiono diversi da quelli della Palestina di una volta: le donne sono scese in piazza a Damasco, ad Aleppo e a Dara'a; hanno partecipato alle manifestazioni pubbliche, alle riunioni degli attivisti nella galassia della Siria civile che ha iniziato a opporsi pacificamente ad Assad. La maggior parte delle donne non è arrivata sulla front line a combattere, come le curde del Pkk, ma di certo molte hanno aiutato contrabbandieri e militanti.

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