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Nella prigione della mente

È possibile scontare una condanna a mille anni in poche ore? East ha chiesto il parere di un esperto di neurocognizione.

“Ieri ho ucciso un uomo. Oggi sono libero, dopo aver scontato i miei 40 anni di carcere neurocognitivo, prigioniero delle mie stesse percezioni. Una passeggiata, qualcuno direbbe. È passata una notte, ma mi sveglio nel buio di un’intera vita passata in isolamento. Mi guardo allo specchio e leggo ancora la giovinezza che mi spetta, sebbene negli occhi si tradisca solo una luce fievole di quello che fui.”

Rebecca Roache, una filosofa dell’etica all’Università di Oxford che lavora sulla base di alcune recenti ricerche sulla percezione del tempo, ha elaborato l’ipotetica situazione di un carcerato condannato a scontare la sua pena tutta virtuale. Mille anni in otto ore, suggerisce, una pena misurata nel tempo neurocognitivo, da lui sentito, e non in tempo reale.

Questo secondo il principio per cui il tempo effettivamente percepito è quello che conta e che costituisce in ultima analisi la vera durata di una pena – come di una vita – mentre il tempo “reale” è solo quello che pesa sulle tasche dei contribuenti che pagano la carcerazione fisica del condannato. Quale miglior soluzione che quella di poter scientificamente disaccoppiare le due a nostro vantaggio?

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