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Danza - Con il Butō l’uomo si riscopre bestia

La danza giapponese supera i formalismi del Kabuki e del Nō.

“Ancora oggi ho davanti agli occhi questa immagine: bambino, sono scivolato e sono caduto in tutta la mia lunghezza nel fango. Ero disteso nella merda e mi sentivo così penoso e miserevole che mancano le parole per descriverlo. Persino il ceppo d’albero mozzo voleva urlare di pena, tanto ero una preda impotente, là disteso […].Qui devo fissare chiaramente che il mio Butō è cominciato nel fango primaverile e non in relazione all’arte tradizionale del tempio e dello shintoismo. Vi posso assicurare che la mia danza è nata dal fango”. (Tatsumi Hijikata)

Fu nel 1959 che il coreografo Tatsumi Hijikata presentò per la prima volta il suo Kinijiki (“Colori proibiti”, in riferimento all’opera dello scrittore Yukio Mishima), in occasione del Festival Giapponese della Danza a Tokyo.

Si racconta che la rappresentazione, della durata prevista di appena cinque minuti, risultasse talmente oscena e scioccante che il sipario venne fatto calare prima ancora del termine della performance. Sulla scena rimasero solamente il buio e lo sconcerto del pubblico. Fu il grande trionfo del Butō.

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