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La nuova politica estera europea

Se Bruxelles è al volante, deve guidare.

REUTERS/MUHAMMAD HAMED/CONTRASTO

Quando questo articolo sarà in edicola, l'Europa avrà scelto da poche ore il nuovo Capo della Diplomazia continentale, che avrà il compito di far dimenticare la scialba interpretazione che ne ha dato una Lady Ashton priva di personalità.

Tra i candidati, in pole position c'è il Ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, e già questa è una novità. Che per una posizione di vertice dell'Unione Europea si candidi un Ministro in carica di un paese fondatore - incontrando anche molte resistenze - è un segno dei tempi che cambiano: ormai nessuno mette più in dubbio che, in Europa, la politica estera che conta si decide a Bruxelles o non esiste.

Guardiamo il caso ucraino: finché abbiamo distrattamente lasciato la gestione del delicato rapporto con Kiev a Baltici e a Polacchi (o finanche a una tardiva Merkel!), siamo finiti sull'orlo di una guerra mondiale... Quando la pur grigia Ashton si è finalmente seduta a un tavolo ginevrino in rappresentanza dell'Unione, abbiamo portato a casa una buona base per una pace futura, pur difficile da ripristinare.

Ricostruiamo i passaggi essenziali che hanno portato al consolidamento di una politica estera unica in Europa, così da poter meglio immaginarne gli sviluppi.

Con il trattato di Lisbona del 2007, sono state introdotte due importanti innovazioni istituzionali, che hanno avuto ripercussioni importanti sull'azione esterna dell'UE: il primo è un presidente del Consiglio europeo, il secondo un Alto Rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, entrambi con mandato effettivo di cinque anni.

Nel 2009, il Consiglio europeo ha nominato Alto Rappresentante Catherine Ashton, che ha presieduto anche il Consiglio "Affari esteri". L'Alto Rappresentante è inoltre assistito dal Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE), un servizio diplomatico dell'Unione Europea, entrato in funzione dal 1 dicembre 2010.

Il personale del SEAE proviene dalla Commissione europea, dal segretariato generale del Consiglio e dai servizi diplomatici degli Stati membri dell'UE e assiste l’Alto Rappresentante nell’espletare la PESC (politica estera e di sicurezza), la PSDC (politica di difesa) e nel suo non secondario ruolo di Vice Presidente della Commissione.

Il SEAE assiste altresì i servizi diplomatici degli Stati membri al fine di garantire la coerenza dell'azione esterna europea, sviluppando e attuando i programmi e gli strumenti finanziari ad essa connessi.

Il Servizio Diplomatico Europeo ha delegazioni in 140 paesi e si compone di circa 3500 persone, di cui poco più di mille a Bruxelles e 2500 nella rete, per un costo annuo che si aggira sui 500 milioni di euro.

I prossimi dodici mesi saranno di fuoco per la politica estera dell’Unione: la Turchia, la Russia, l’Ucraina, la Siria, l’Egitto, la Palestina e l’Afghanistan affollano un’agenda che sarà necessariamente nostro compito governare, vista l'assenza degli USA dagli scacchieri mediterraneo ed europeo. Ulteriori complicazioni potrebbero arrivare dall’Africa, sempre più afflitta da tensioni, e dall’Asia.

La possibilità che l’UE riesca a proporsi come protagonista rilevante e affidabile in questi scenari dipenderà anche dalla tenuta dei fragili rapporti che intercorrono tra gli Stati membri dell’Unione e l’Agenzia per gli affari esteri insediata a Bruxelles.

Ma cosa dovrebbero fare gli Stati membri per dare più fiducia ed efficacia alla SEAE? 

Innanzitutto, i leader nazionali dovrebbero assegnare il compito di Alto Rappresentante a una personalità di spicco, che abbia coraggio, esperienza e capacità manageriali, garantendogli quel supporto politico che passa attraverso un'indispensabile cessione di competenze, che costituirebbe un segnale politico forte della disponibilità a pensare la politica estera in termini pan-europei.

Punto secondo, gli Stati membri dovrebbero mandare i propri uomini migliori alla SEAE, cominciare a chiudere le Ambasciate nei paesi non “core", delegando la rappresentanza dei propri interessi a Bruxelles e concentrandosi su quei paesi dove hanno irrinunciabili vincoli storici, economici e culturali.

Punto terzo, dovremmo dotare il Servizio europeo di fondi sufficienti per finanziare la citata delega d’interessi. Complessivamente, porteremmo comunque a casa un’importante razionalizzazione delle spese nazionali. 

Ultimo punto, il nuovo Alto Rappresentante dovrebbe pretendere un mandato chiaro e forte per ravvivare il proprio ruolo aggiuntivo di Capo dell’Agenzia Europea per la Difesa. 

Nessuno di questi conferimenti richiederebbe modifiche ai trattati o costi ulteriori. Di contro, avremmo finalmente una politica estera che si gioverebbe di rappresentare la prima potenza economica del mondo, oltre che ancora un riferimento di modello sociale e di sviluppo, avendo raccolto la lezione della crisi.

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