Ma non c’era stata una rivoluzione al Cairo?

“Molti paesi hanno un esercito, ma solo in Egitto l’esercito ha un paese”.

Umm al-Dunya, la madre del mondo. Così gli egiziani chiamano, con un misto di orgoglio, nazionalismo e nostalgia, il loro paese. Molti rimpiangono ancora l’era di Gamal Abdel Nasser, quando l’Egitto era il leader del mondo arabo, e uno dei motori del Movimento dei paesi non allineati. “Cinquant’anni fa tutti ci rispettavano, anche i russi e gli americani – dice Ayman, che ha un negozio a Talaat Harb, una delle arterie del centro del Cairo – Nasser è stato un grande presidente, e Al Sisi è figlio della stessa madre, l’esercito”.

Come Ayman, sono tanti gli egiziani convinti che l’ex capo delle forze armate Abdel Fattah Al Sisi, eletto presidente a fine maggio, possa riportare il paese agli antichi fasti. Un compito tutt’altro che semplice. L’economia è in ginocchio, regge solo grazie ai petrodollari del Golfo. In meno di un anno Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi hanno già fornito al Cairo benzina e diesel per circa 6 miliardi di dollari; in cambio stanno ottenendo l’accesso a un mercato promettente, di oltre 86 milioni di persone, come dimostrano ad esempio i colossali progetti immobiliari emiratini.

"Senza l'assistenza degli emiri l'Egitto soffrirebbe di continui blackout, – spiega Marina Ottaway del Woodrow Wilson Center di Washington – e il Golfo vuole che l'Egitto sia stabile".

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