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Myanmar è sempre Myanmar

Schiacciata tra passato e futuro, la “nuova Birmania” tarda a emergere.

Sembrava una storia dove per il lieto fine bastava solo avere pazienza. Il Myanmar era passato in un lampo da mezzo secolo di dittatura paranoica e isolamento a inaspettate aperture che sembravano aver messo l’ex Birmania sulla strada dello sviluppo e delle libertà. Ma neanche tre anni dopo, di quell’iniziale euforia non c’è più traccia. La “nuova Birmania” sulla via per la democrazia si trova in mezzo a un guado, e non è chiaro che direzione prenderà.

Nel 2011, in pochi mesi il nuovo governo civile dell’ex generale Thein Sein aveva introdotto un sistema parlamentare, rilasciato la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, rimesso in libertà centinaia di prigionieri politici e abolito la censura sui media. Spuntarono decine di quotidiani e riviste, e il potenziale di un Paese di 55 milioni di abitanti in posizione strategica tra Cina e India stimolò gli appetiti degli investitori internazionali che per decenni lo avevano evitato. A molti sembrava inevitabile che il progresso economico e una società più giusta sarebbero arrivati come conseguenza della “primavera birmana”, magari con la ciliegina di una Suu Kyi presidente.

L’atmosfera di distensione si basava sul rapporto di fiducia tra Thein Sein e “la Signora”, che è diventata deputata e ha sostenuto le riforme, cercando di ingraziarsi le forze armate. La Costituzione assegna infatti ai militari il 25% dei seggi parlamentari, assicurando loro un effettivo potere di veto su ogni cambiamento. E dato che la Carta contiene un articolo (il 59/f) pensato per precludere a Suu Kyi la presidenza - esclusa per chi ha sposato uno straniero, e lei è vedova di un britannico - servirebbe il loro consenso per permetterle di candidarsi nel 2015.

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