Alla vana ricerca di un passato “condivisibile”

Si dice che la storia la scrivono i vittoriosi. E quando non vince nessuno?

L’ultima a riaprire la questione è stata la presidentessa coreana Park Geun-hye, invitando Giappone, Cina e Corea del Sud a studiare la storia del Novecento da libri redatti in comune. Un proposito non nuovo, ma mai realizzato sul serio.

Nonostante ripetute prove di collaborazione tra studiosi, infatti, fra i tre Paesi manca ancora una visione condivisa della Seconda Guerra mondiale e dei decenni precedenti. La frase di William Faulkner “Il passato non è mai morto. In realtà, non è nemmeno passato” sembra fatta apposta per le ferite mai rimarginate di Pechino e Seul, con Tokyo nella parte dell’aggressore mai davvero pentito.

Nel resto del mondo, una versione ufficiale c’è. Imbevuto di militarismo nazionalista, il Giappone occupò la Corea e poi ampie zone della Cina, invadendo infine anche il Sud-est asiatico. Nella propaganda nipponica, si trattò di “liberazione” dell’Asia colonizzata dall’Occidente; in realtà, l’idea alla base era simile allo “spazio vitale” della Germania nazista. Trascinando gli americani in guerra con il blitz su Pearl Harbor, il Giappone creò poi le condizioni per la propria auto-distruzione culminata nel 1945, con due sue città incenerite dalle bombe atomiche. Gli americani lo occuparono per sette anni, imponendogli una Costituzione pacifista.

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