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Erasmus: la costruzione di un’identità europea

Studiare all’estero fa diventare più Europei, ma non necessariamente più europeisti.

ARNOLD MORASCHER/LAIF/CONTRASTO

E’ specialmente nei momenti di difficoltà che l’opinione pubblica si ricorda dei cittadini futuri e della loro istruzione. Con la crisi economica che compromette l’idea stessa di una identità europea condivisa, il programma di scambio culturale Erasmus continua ad inviare i giovani all’estero perché sviluppino una conoscenza più approfondita dell’Europa e magari vi trovino una loro collocazione.

A luglio, Androulla Vassiliou, Comissario per l’Educazione, la Cultura, il Multilinguismo e la Gioventù della UE ha dichiarato che il progetto mira sempre più a instaurare un senso di appartenenza alla famiglia europea e promuove quelle capacità che migliorino le prospettive occupazionali e di carriera degli studenti.

Dall’inizio del progetto 27 anni fa, più di tre milioni di studenti hanno studiato o lavorato per un anno in un altro paese dell’Unione tramite il programma. L’intento è di sostenere l’integrazione europea e contribuire alla modernizzazione dell’istruzione superiore in tutto il continente.

Agli studenti viene assegnata una borsa di studio per le spese di soggiorno e trasferimento all’estero, e sono solo tenuti a versare le tasse previste dal loro istituto di provenienza. Anche studiosi, dipendenti di istituti superiori e imprenditori possono ricevere borse per insegnare o formarsi all’estero per un massimo di 6 settimane.

Inizialmente il programma era stato affiancato da altre misure per favorire la mobilità europea, con l’idea che alla libera circolazione dei beni dovesse corrispondere una libera circolazione della popolazione, oltre ad aiutare gli studenti a migliorare le loro chance nel mercato del lavoro globale acquisendo capacità e competenze in una nuova lingua.

La partecipazione obbliga gli iscritti a rafforzare la propria adattabilità e convinzione, oltre alla loro capacità di risolvere i problemi.

Allo stesso modo, i docenti degli istituti superiori che insegnano all’estero vengono a contatto con nuove tecniche e modi di relazionarsi con studenti di diversa formazione culturale. Ciò dovrebbe comportare un beneficio per le persone coinvolte, e anche per la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento del loro istituto d’origine quando vi fanno ritorno.

Il progetto ha anche importanti fini politici che lo differenziano da altri programmi di scambio accademici. Il suo scopo dichiarato è di promuovere un senso di appartenenza all’Unione Europea.

Oggi la cosiddetta ‘generazione Erasmus’ degli ex-partecipanti, inclusa Federica Mogherini, recentemente eletta Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri, nasce dagli sforzi fatti da generazioni precedenti di forgiare un’identità europea e un senso di coesione sociale che vadano oltre l’utilizzo della stessa valuta.

L’Erasmus è uno dei principali strumenti per la promozione di un identità europea condivisa e garantisce maggiore unitarietà al processo decisionale UE.

A tal fine, la forza del programma risiede nel numero di studenti che vi accede. Le ultime statistiche pubblicate dalla Commissione Europea parlano di quasi 270.000 beneficiari di borse di studio o formazione per l’anno 2012 – 2013, un nuovo record per il programma. Nello stesso periodo quasi 53 mila docenti e personale amministrativo hanno ricevuto fondi per insegnare o formarsi all’estero.

In linea con l’incremento di partecipazione, quest’anno l’Unione Europea ha varato il cosiddetto “Erasmus+”, un ampio programma quadro per l’istruzione, la formazione, i progetti giovanili e lo sport, finanziato con 15 milioni di euro, un incremento del 40%.

Il nuovo programma distribuirà 4 milioni di borse di studio individuali, di cui 2 milioni per studenti delle scuole superiori, nei prossimi sette anni (2014 – 2020).

Per continuare ad aumentare la partecipazione e raggiungere l’obiettivo del 20% della popolazione studentesca della UE (attualmente siamo intorno al 10), il nuovo piano Erasmus+ è rivolto a persone provenienti da contesti disagiati o da zone particolarmente remote.

Studiare o formarsi in altri paesi è un modo per confrontarsi con culture diverse, di trovarsi una “nuova casa” e diventare parte di una nuova famiglia internazionale. Gli studenti che sono stati all’estero sono più aperti, tolleranti e – idealmente – più preparati a plasmare la propria esistenza in un contesto diversificato, multiculturale e plurilinguistico.

Mentre il successo del programma Erasmus nel promuovere la mobilità e il miglioramento delle prospettive d’impiego è fuor di dubbio, difficile dire se riesce anche a rinforzare la percezione di un’identità europea.

I sondaggi e i rapporti indicano che gli studenti Erasmus si considerano più “europei” di coloro che non vi hanno preso parte, ma la consapevolezza di un’identità europea condivisa non è necessariamente collegata all’Unione Europea in quanto tale.

Secondo il ricercatore Óscar Fernández, in un rapporto sulla cittadinanza Europea e l’istruzione superiore apparso nell’ European Journal of Education nel 2005, non sembra che i partecipanti siano particolarmente ben informati sulle politiche europee e temi annessi.

Il programma Erasmus promuove davvero l’identità europea? Sì, ma l’identità europea che il programma intende promuovere non deve avere una concezione monolitica.

Come disse Jan Figel, allora Commissario Europeo per Istruzione, Formazione e Multilinguismo nel 2005: “(ai partecipanti) non viene chiesto di sacrificare la propria identità nazionale o regionale – si chiede loro di sublimarla, ed è questo che li unisce… Stiamo creando una comunità in cui la diversità non è un problema, è una caratteristica. Parte integrante del sentirsi europei”.

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