Erdogan è in sella, lasciamo che governi

Il ritorno al futuro della Yeni Türkiye.

Le elezioni presidenziali del 10 agosto 2014 sono un vero e proprio turning point nella gestione politica della Turchia: Recep Tayyip Erdoğan è oggi il 12esimo Presidente - il primo eletto direttamente dal popolo - nonché vero architetto della Yeni Türkiye (Nuova Turchia).

L’idea di restaurazione e continuità con il passato fa da corollario al progetto intrapreso 12 anni fa dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) che - proprio sotto la guida carismatica del formalmente, ma non sostanzialmente, uscente leader - ha dato prova di saper gestire grazie a un nuovo linguaggio politico, importanti cambiamenti i cui più solidi capisaldi sono la normalizzazione dei rapporti tra potere civile e militare e la creazione di competitive strutture economiche per attrarre investimenti stranieri.

Se oggi la Turchia è un Paese politicamente stabile oltre che un’economia in ascesa il merito è in buona parte da attribuirsi alla visione e coesione dell’AKP cementata dall’indiscutibile leadership di Erdoğan, che ha funto da ponte tra la vecchia e nuova generazione islamista/conservatrice e modernista. Con il suo ingresso al Palazzo di Çankaya e la conseguente nomina di Ahmet Davutoğlu a capo del governo, la Turchia di oggi incarna ufficialmente il compromesso storico tra il trionfale passato ottomano e la concezione repubblicana della politica, in cui si erge il discorso sulla civiltà islamica che rievoca i concetti di giustizia e sviluppo.

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