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In trincea con eyeliner e mocassini Gucci

Oriana Fallaci ha inventato il ruolo di corrispondente di guerra femminile.

La stampa mondiale ha recentemente scoperto - sorprendendosene - che la maggior parte dei corrispondenti di guerra attivi in Siria è di sesso femminile. Ciò che una volta era un mestiere rigorosamente maschile non lo è più - in buona parte grazie alla giornalista italiana Oriana Fallaci.

Oriana aveva sentito da adolescente l’odore della polvere da sparo, delle case bruciate, delle bombe esplose. Aveva fatto la staffetta partigiana nella Seconda Guerra mondiale e aveva imparato a controllare la paura.

Sapeva bene cosa significasse vivere e morire.

E’ in Vietnam che esprimerà il meglio del suo giornalismo: i suoi servizi documentano l’esperienza sul campo, le menzogne e le atrocità, ma anche gli eroismi e l’umanità di un conflitto che lei definì una sanguinosa follia.

Dopo, racchiuderà le sofferenze viste nella dedica apparsa su uno dei suoi libri - “Niente e così sia” - a François Pelou, il capobureau dell’Agence France-Presse a Saigon che diventò l’amore della sua vita: “A François, che mi aiutò a capire che gli uomini non sono né angeli né bestie, ma angeli e bestie: cioè uomini. Bisogna amarli e impedirne il massacro in un mondo dove l’insegnamento di Cristo non è servito a niente”.

Arrivava ovunque, sempre con la sua inseparabile macchina da scrivere nello zaino. Portava l’elmetto regolamentare, ma al posto degli anfibi, che non volle mai mettere, indossava sempre mocassini Gucci, portava le unghie laccate di rosso e il suo immancabile eyeliner. Perché anche in guerra non smise mai di essere femminile.

Oriana era diventata una corrispondente straordinariamente famosa, costruendosi una notorietà che pochi altri giornalisti al mondo hanno mai raggiunto. Gli americani le diedero, forse a denti stretti, persino i gradi onorari di “maggiore” dell’esercito Usa.

I suoi reportage, le sue interviste, furono tradotti e pubblicati sui principali quotidiani del mondo. Era diventata in quegli anni, assieme a Sophia Loren, l’italiana più famosa, una celebrità senza confini. Arrivava dove voleva, senza farsi intimorire da chicchessia. Preoccupava semmai chi le stava di fronte.

Le sue interviste erano incalzanti e mirate, con domande spietate che inchiodavano il potente di turno. Aveva l’abilità diabolica di far emergere il lato meno attraente delle persone, mettendo in evidenza le debolezze e la vanità.

Dopo il Vietnam, andò a intervistare Henry Kissinger, da lei ritenuto il maggior responsabile dei terribili eventi che aveva visto nel Sud-est asiatico. Lei lo ha punito, esponendolo al ridicolo mediatico con una sua risposta che ha fatto il giro del mondo, diventando famosa: “Mi sento come un cowboy solo alla guida del mondo”.

Kissinger ha sempre smentito di avere pronunciato quella battuta - e infatti la pubblicazione anni dopo della trascrizione completa dell’intervista dava ragione a lui, le parole erano effettivamente uscite dalla bocca di Oriana - ma ammise anche che “Lei comunque interpretò correttamente il mio pensiero”.

La sua tenacia, il suo carattere spigoloso e rude crearono un mito, ma anche inimicizie e invidie. Oriana Fallaci voleva testimoniare i fatti a qualunque costo e riusciva a farlo, ma non senza pagarne il prezzo.
Quando arrivò in Libano nel 1982 fu minacciata di morte dagli integralisti islamici a causa di un’intervista che le aveva rilasciato il leader iraniano Khomeini. Sebbene le autorità militari le avessero affidato una scorta, Oriana riuscì ad eluderla, inoltrandosi nel quartiere proibito di Beirut e ottenendo un’altra importante l’intervista dal leader dei drusi, Walid Jumblatt.
Non si arrese nemmeno quando fu gravemente ferita a Città del Messico durante degli scontri tra studenti e polizia. Dettò il pezzo dal letto d’ospedale a un collega, che lo trasmise al giornale al posto suo.              
A 62 anni compiuti, nel 1991, lasciò la sua casa di New York, abbandonando il romanzo su cui stava lavorando e, con la macchina da scrivere preferita, una vecchia Olivetti Lettera 32 portatile, partì per la prima Guerra del Golfo.

Oriana, che aveva seguito tanti conflitti da inviata speciale, non volle lasciarsi scappare anche questa occasione, l’ultima per lei. Aveva abbandonato il giornalismo da tempo per dedicarsi unicamente alla letteratura, ma l’antico mestiere la richiamava.

Arrivata nel Golfo capì che quella non era più la guerra dei suoi tempi, con le fanterie che avanzavano metodicamente, un po’ alla volta: era una guerra di missili, aerei, navi, una guerra totalmente tecnologica. Le fu detto che per seguire le truppe nel deserto, avrebbe dovuto portarsi uno zaino di 35 chili. Maledisse quei chilogrammi perché non aveva più la forza per trasportarli.

Dopo l’esperienza nel Golfo - comunque segnata da pezzi importanti - iniziò la sua battaglia personale, la guerra più lunga e dura della sua vita, quella contro il cancro: o, come lo definiva lei, “l’Alieno”. Lo combatterà 16 anni prima di arrendersi e morire nella sua tanto amata Firenze il 15 settembre del 2006.

La sua fama e le sue interviste, ancora oggi, a otto anni dalla sua morte rimangono nella storia di tutti noi.

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