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Campioni - Autogol per Uli Hoeness

Fuoriclasse del pallone tedesco, ha brillato anche come evasore fiscale.

Sono passati due anni da quando l’ufficio delle tasse di Miesbach, piccola città della Baviera meridionale, si vide recapitare una lettera di auto-denuncia fiscale destinata a scuotere la coscienza e le certezze tedesche. A firmarla, un ex calciatore campione del mondo ai tempi del Muro, presidente del club più potente di Germania, amico personale e consigliere di Angela Merkel.
Comunicava di aver nascosto in Svizzera i proventi dei suoi investimenti in borsa e chiedeva di saldare il debito col fisco in cambio di amnistia e anonimato, come previsto dalla legge tedesca per chi abbia evaso una cifra inferiore al milione di euro. Tre giorni dopo era a Berlino, ospite della Cancelleria, per parlare a un meeting sull’integrazione e il multiculturalismo tedesco, inconsapevole che la sua lettera fosse già stata girata all’ufficio del Procuratore di Monaco di Baviera, in quanto ritenuta poco convincente.
Era l’alba del 2013 e Uli Hoeness stava per cambiare radicalmente vita. Oggi questo signore 63enne, che in gioventù era stato attaccante furbo e velocissimo per poi mutarsi in manager geniale e spietato, consegna la biancheria e i detersivi ai detenuti che scontano la pena come lui, a Landsberg am Lech, il carcere dove novanta anni prima Adolf Hitler aveva dettato a Rudolf Hess la prima stesura del Mein Kampf, mentre era rinchiuso per il fallito golpe di Monaco.

Lo scorso marzo, Hoeness è stato condannato a 3 anni e 6 mesi per aver sottratto al fisco una cifra vicina ai 30 milioni di euro, transitati a partire dal 2001 sul conto 4028BEA della Bank Vontobel di Zurigo. Un fondo nero che per più di un decennio ha alimentato la sua voracità di raider compulsivo della New Economy. Il lato oscuro di un uomo che, per i successi e la credibilità conquistati, dentro e fuori dal campo, era diventato nel tempo un pilastro della comunità. Uno che poteva permettersi di andare in tv e denunciare la corruzione del calcio, come parlare di responsabilità sociale e rigore economico. “Sarò pure uno stupido – disse una volta e tutti presero nota – ma io le mie tasse, le pago per intero. È il modo con cui noi ricchi aiutiamo i meno fortunati”. Figlio di un macellaio di Ulm, la città natale di Albert Einstein, l’ex garzone Ulrich “Uli” Hoeness è stato parte della generazione d’oro del calcio tedesco che col Bayern Monaco e la Nazionale dominò il football internazionale dei primi anni Settanta. A 20 anni era già campione d’Europa, a 22 in cima al mondo con Franz Beckenbauer. In carriera anche tre Coppe dei Campioni e tre titoli di Bundesliga, 100 gol e due momenti indimenticabili: la doppietta con cui decise la finale europea del ’74 contro l’Atletico Madrid, e l’atterramento da rigore su Johan Cruyff, dopo 55 secondi nella finale mondia - le contro l’Olanda, vinta poi dai Tedeschi 2-1. Su quella partita Hoeness scrisse un libro da 300mila copie, quindi vendette a un giornale l’esclusiva fotografica del suo matrimonio per 75mila marchi.

Aveva già un certo fiuto per gli affari e quando, a 27 anni, un brutto infortunio al ginocchio chiuse precocemente la sua storia da calciatore, il Bayern lo trasformò senza remore nel più giovane direttore generale della Bundesliga.

Se oggi i bavaresi sono il modello di riferimento del calcio europeo per risultati sportivi e conti economici, una parte del merito è anche sua. C’è la mano di Hoeness dietro quasi ogni colpo di mercato messo a segno dal Bayern, ma, soprattutto, dietro il risanamento finanziario di un club che da 20 anni non conosce passivi, ha lo stadio più moderno del mondo e il sito sportivo più cliccato del web. È stato lui a convincere sponsor ricchissimi quali Adidas, Volkswagen, Audi, Allianz, Deutsche Telekom a finanziare l’ascesa globale di una squadra che, a livello di ricavi commerciali, non conosce rivali in Europa.

Ma è proprio qui, tra amicizie altolocate e ambizioni smisurate, che l’ex campione ha preso la strada sbagliata, quella che portava in Svizzera. A versargli i primi 2,5 milioni di euro sul conto della banca Vontobel per giocare in borsa, fu l’ex boss di Adidas Robert Louis-Dreyfus, che con Hoeness rinnovò poi il contratto di sponsorizzazione della multinazionale tedesca, nonostante un’offerta superiore da parte di Nike, ed entrò nell’azionariato di minoranza del Bayern.

“Ci sono stati periodi in cui scommettevo notte e giorno cifre pazzesche che oggi faccio fatica a comprendere”, ha confessato durante il processo l’ex presidente del Bayern, svelando come l’evasione, inizialmente accertata dalla Procura, fosse in realtà molto più grande: prima 3,2 milioni di euro, poi 20, infine 28,5. Le parziali ammissioni di Hoeness non hanno però convinto i giudici sulla reale natura della sua collaborazione e, quando il Tribunale di Monaco ha emesso la sentenza di condanna, l’ex campione del mondo ha rinunciato all’appello, si è dimesso dalle sue cariche ed è andato in carcere.

A Landsberg, il guardarobiere Uli Hoeness guadagna 1,12 euro l’ora, vive in una stanza di 8 metri quadrati e non può guardare le partite del Bayern perché dietro le sbarre la pay-tv è proibita. La Merkel e tutto il mondo politico che lo aveva a lungo corteggiato, hanno preso le distanze. Gli unici a non abbandonarlo sono stati i vecchi amici del Bayern: Guardiola, Ribery e gli ex compagni Rummenigge e Netzer sono andati a trovarlo in prigione, Schweinsteiger gli ha dedicato la Coppa del mondo vinta in Brasile.

Sopravvissuto a un incidente aereo quando aveva 30 anni, Hoeness potrebbe uscire per buona condotta nel 2016. Il club si è detto pronto a riaccoglierlo. “L’evasione fiscale è stata un grosso errore e devo pagarne le conseguenze – sono state le sue ultime parole varcando la soglia del carcere – ci sarà tempo per pensare a cosa fare dopo”. 

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