Cibo&Cultura - Un pasto buono da morire

L’ultimo pranzo del condannato a morte, una tradizione di molte carceri Usa, sta scomparendo.

Cheeseburger, patatine fritte, pollo, filetto di manzo, astice, gelati e Coca-Cola: ecco le principali richieste dei condannati a morte negli Stati Uniti per il loro ultimo pasto. Non si conosce bene l’origine di questa macabra tradizione, che secondo alcuni studiosi potrebbe risalire alla “cena libera” concessa ai gladiatori romani la sera prima dei giochi.
Si trova traccia dell’usanza nell’Europa pre-moderna. A Francoforte, a fine Settecento, una condannata ha condiviso un festino con i suoi giudici prima di venire giustiziata, mentre se fosse stata in Baviera avrebbe bevuto un ultimo bicchiere… con il boia, scrive Brent Cunningham nella rivista storica Lapham’s Quarterly. Un modo per i giudici di ottenere il perdono simbolico della prigioniera… evitando che il suo fantasma tornasse a tormentarli.
Se la tradizione sembra sopravvivere in Giappone (una delle rare democrazie industrializzate a prevedere la pena di morte), è soprattutto negli Stati Uniti che il “last meal” focalizza l’attenzione di pubblico e media, alimentando una mitologia piuttosto lontana dalla realtà. Non tutti i 32 Stati americani dove vige la pena di morte propongono un ultimo pasto speciale. Le carceri – che vietano alcol e tabacco - pubblicano le richieste dei condannati, ma poco si sa su ciò che viene effettivamente servito.

In Florida e in Oklahoma, l’ultimo pasto può essere preparato solo con prodotti locali acquistati con un budget contenuto (rispettivamente 40 dollari e 15 dollari). Fino al 2011, il Texas – che concentra più di un terzo delle esecuzioni avvenute negli Usa dal 1976 – prevedeva che l’ultimo pasto fosse scelto fra quanto disponibile in cucina. Brian Price, il prigioniero chefche ha preparato ben 189 ultimi pasti (dopo la sua liberazione ha pubblicato il libro Meals to DieFor), ha spiegato che serviva merluzzo al posto dell’astice desiderato… e hamburger con sugo invece del filet mignon.

Secondo uno studio realizzato un anno fa dalla Cornell University sulle richieste di 247 persone giustiziate fra il 2002 e il 2006, i condannati desiderano pasti ricchi e calorici, dove primeggia il comfort food. Non mancano, però, le richieste originali. Nel 1998, Jonathan Nobles, convertito al cattolicesimo, ha domandato l’Eucaristia; nel 2000, Odell Barnes, che si è sempre dichiarato innocente, ha chiesto: “Giustizia, uguaglianza e pace nel mondo”; e nel 2007 Philip Ray Workman ha voluto una pizza vegetariana da dare a un senzatetto, una richiesta che lo Stato si è rifiutato di esaudire.

Barry Lee Fairchild, giustiziato nel 1995, ha denunciato l’assurdità del rituale: “È come mettere benzina in una macchina senza motore”. Si tratterrebbe di restituire una libertà di scelta a persone che ne sono prive da molti anni, costringendole nello stesso tempo a partecipare al rituale della propria esecuzione. Come scrive Cunningham, l’usanza serve anche a distinguere la violenza del castigo rispetto alla violenza che viene punita, dimostrando che il sistema è più “umano” di quanto lo sia stato il condannato con la propria vittima.

Quando il Texas ha abolito il last meal – dopo che un condannato aveva chiesto un pasto pantagruelico per poi rifiutarsi di mangiarlo – gli oppositori della pena di morte non hanno battuto ciglio, anzi sostengono che il rituale non serva a molto, se non a mascherare l’orrore del sistema. Nel 2013, la campagna di Amnesty International contro la pena di morte ha persino usato le immagini simboliche degli ultimi pasti di condannati dichiarati innocenti solo dopo l’esecuzione.

Secondo Richard Dieter, direttore del Death Penalty Information Center, “le esecuzioni e le sentenze di morte stanno diminuendo costantemente dal 1999. L’usanza dell’ultimo pasto viene sempre più limitata e tenuta segreta, ma ciò a cui assistiamo è la scomparsa dell’intero sistema, con le sue tradizioni e la sua mitologia. Probabilmente non avremo più la pena di morte fra 20 anni.” Insomma, in futuro il last meal potrebbe, fortunatamente, uscire dalle pagine dei giornali per entrare nei libri di storia. 

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