Donne dietro le sbarre

Esplode la popolazione femminile delle carceri.

 Le galere sono state concepite da uomini per gli uomini, non per le donne. Eppure in carcere di donne ce ne sono sempre di più: più di 625 mila in tutto il mondo, un terzo negli Stati Uniti, seguiti da Cina, Russia, Brasile e Thailandia: lo dicono i dati raccolti dall’International Centre for Prison Studies. In ogni prigione del nostro pianeta la popolazione femminile rappresenta ancora una piccola fetta rispetto al totale: oscilla tra il 2 e il 9% dei detenuti.

Però, fa notare il Women and Imprisonment Handbook pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2014, la quota di detenute cresce, e ancora più velocemente rispetto a quella degli uomini. In Inghilterra le donne in cella sono raddoppiate negli ultimi dieci anni, negli Stati Uniti dal 1977 al 2004 sono aumentate del 757%, in Argentina del 193% in dodici anni. Simile il trend dalla Bolivia al Kirghizistan, passando per la Grecia, l’Olanda e la Finlandia.

Al di là delle cifre, le cause di questo fenomeno sono diverse e complesse. Le donne sono diventate più aggressive o è cambiata la nostra società?

Di certo l’inasprimento delle politiche in materia di carceri, e dunque delle pene, ha portato a un aumento delle donne che finiscono in cella, quasi sempre per reati minori. In cima alla lista ci sono i crimini legati alla droga: dalla detenzione allo spaccio di stupefacenti.
Poi ci sono i furti, ma anche i reati cosiddetti “morali”, in particolare in quei Paesi “dove la normativa deriva da certe interpretazioni delle leggi religiose, le donne sono spesso discriminate e incarcerate”, si legge nel documento Onu. In Nepal, per esempio, prima che nel 2002 venisse aggiornata la legge, il 20% delle donne detenute era finito in carcere per aborto illegale, con l’accusa di infanticidio.
Secondo Stephanie Covington, psicologa e studiosa americana, direttrice del Center for Gender and Justice in California, “la teoria, rilanciata molto dai media, che sostiene che libertà ed emancipazione abbiano portato le donne a essere sempre più simili agli uomini e dunque più aggressive, attualmente non trova nessuna evidenza nei dati reali. Negli ultimi trent’anni la percentuale di donne violente è aumentata solo dell’1.4%”.
La Covington sottolinea che: “Tendenzialmente non ci sono stati grandi cambiamenti negli ultimi 200 anni. Il punto è che è cambiato il modo in cui definiamo la parola aggressione”. Inoltre, “la violenza femminile è molto diversa da quella maschile. Prendiamo come esempio i casi di omicidio, dove sono le donne a uccidere. Normalmente ammazzano qualcuno che conoscono, solo raramente si tratta di un estraneo. Con gli uomini, invece, si verificano entrambi i casi, sono più violenti”.
Ma ci sono anche delle ragioni sociali che portano le donne da un lato a delinquere di più, dall’altro a essere più vulnerabili davanti alla giustizia.
La solitudine diffusa, lo svantaggio economico crescente e lo sgretolamento del cosiddetto welfare familiare per alcune donne diventa sempre più una spinta alla delinquenza. Ci sono casi in cui, in molti Stati, finiscono in galera perché non sono in grado di pagare una multa, e arrivano in cella “prima del processo senza avere la possibilità di pagare la cauzione o un avvocato”, scrive l’Onu. Molte donne hanno dipendenza da alcol e droga (in Europa il 75%) già prima di entrare in carcere.
Nonostante le complessità che differenziano ogni area del pianeta e le specificità di ciascuno Stato, che rende l’impatto delle carceri sulla popolazione femminile più o meno duro, ci sono delle sfide comuni per ogni donna detenuta nel nostro pianeta.
L’accesso alla giustizia non è ancora uguale a quello degli uomini in molti Paesi. Il livello d’istruzione o, in determinati casi, l’analfabetismo, la classe sociale di appartenenza e, dunque, le possibilità economiche, sono discriminanti per le detenute. In diverse realtà, la mancanza di rappresentanza legale espone le donne a un rischio enorme: non solo quello di non potersi permettere un avvocato, ma anche quello di trovarsi a firmare dichiarazioni compromettenti con una serie d’implicazioni legali svantaggiose.
Per non parlare di un tratto comune alle donne a tutte le latitudini, che è, purtroppo, la violenza subita ancora prima di entrare in galera. Violenza fisica e verbale, abusi sessuali e torture che a volte continuano anche in cella, specialmente – raccontano i dati – immediatamente dopo l’arresto.
Così, il rischio di sviluppare problemi psicologici o malattie mentali tra le donne recluse è cinque volte più alto che tra la popolazione carceraria maschile.
Se le carceri sono state pensate da uomini per uomini, non sorprende che siano più difficili per le donne, soprattutto se madri. “La vera questione però è se davvero esse funzionano, almeno nel modello attuale, sia per gli uomini che per le donne”, si chiede la dottoressa Covington. “In gran parte le prigioni hanno fallito nel loro ruolo di rieducazione”.
“Molte persone - dice ancora - si trovano in cella perché hanno infranto la legge e stanno scontando la relativa pena, così la nostra società si sente ed è più sicura. Ma molte di queste persone non sono pericolose o violente, come la maggioranza delle donne in cella. Una ricerca sostiene che se si vuole cambiare il comportamento umano bisogna intervenire attraverso un supporto positivo, ovvero attraverso incentivi o premi di buona condotta, non attraverso la punizione”.

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