Dove comanda la morte

Medio Oriente e Nordafrica sono le roccaforti della pena capitale.

Negli USA gli attivisti contro la pena di morte parlano di “death belt”, riferendosi a quegli stati del sud dove negli ultimi quarant’anni è stata eseguita la maggior parte delle condanne a morte americane. In realtà esiste anche una “cintura della morte” globale, che corre all’incirca lungo il 30° parallelo nord e va dagli USA al Giappone, passando per paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita, l’Iraq e l’Iran. Anzi: seppur con delle eccezioni, la regione che gli specialisti chiamano MENA (Middle East and North Africa) è una delle roccaforti mondiali della pena capitale.
Sia chiaro, pena di morte non fa rima con Islam: ne è una prova la sempre più islamista Turchia, completamente abolizionista dal 2004. I dati però parlano chiaro: nel 2013 il secondo paese al mondo per numero di esecuzioni dopo la Cina è stato l’Iran. Dove in quell’anno “hanno avuto luogo circa 700 esecuzioni fra quelle ufficiali e quelle segnalate da altre ONG per i diritti umani. – spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. – E i numeri suggeriscono che il 2014 potrebbe essere un anno pure peggiore”.
Al terzo posto c’è l’Iraq, “dove si è verificata una recrudescenza dell’uso della pena capitale e, fino al novembre 2014, ci sono state 60 esecuzioni. – continua Noury. – Viene poi l’Arabia Saudita, paese in cui, nell’ultimo decennio, si sono registrate circa 2000 esecuzioni”.

Nel 2013 le esecuzioni sono state il 15% in più rispetto al 2012. Dietro questa impennata ci sono principalmente Iran, Iraq e Arabia Saudita. La situazione cambia in Nordafrica, dove si trovano paesi abolizionisti, seppur solo de facto. “Nel Maghreb, Libia esclusa, il percorso verso l’abolizione è molto avanzato – sottolinea Noury –. Marocco, Algeria e Tunisia emettono ancora condanne a morte, ma da tempo non le eseguono. Nel caso del Marocco, da vent’anni”.

Oltre alla Libia, l’altra eccezione nordafricana è l’Egitto dove, almeno sulla carta, sembra esserci una recrudescenza dell'uso della pena capitale. Lo scorso marzo un tribunale egiziano ha condannato a morte, in un solo giorno, oltre cinquecento membri del movimento islamista dei Fratelli musulmani. C’è da dire che a oggi nessuna di queste sentenze è stata eseguita, e alcune sono state commutate in ergastoli.

Ma la preoccupazione degli osservatori rimane. “Un elemento comune a tutti questi paesi è che le sentenze di pena capitale vengono emesse sulla base di procedure inique, – spiega Noury – quindi c’è il rischio che la condanna venga eseguita senza garanzie di un processo equo”.

Tipico di Iran e Arabia Saudita, invece, è condannare a morte anche persone che, al momento del reato, erano minorenni. Il problema sta inoltre nei reati per cui è prevista la pena capitale. Che non è vietata dalle norme internazionali ma, secondo queste, “deve comunque essere limitata ai reati più gravi, e sicuramente non sono tali i reati quali l’adulterio, nel caso dell’Arabia Saudita – dice Noury –. O quelli per droga, che invece costituiscono l’80% delle esecuzioni in Iran”. Del resto la Repubblica islamica prevede il delitto di moharebeh traducibile con “lotta contro Dio”, una definizione che può comprendere una vastissima gamma di comportamenti, ad esempio l’omosessualità.

E in effetti, la differenza principale fra i paesi musulmani abolizionisti de facto e alcuni dei bastioni della pena capitale, pare essere l’influenza della legge islamica (la shari’a) nel diritto penale. “Solo in alcuni paesi, ovvero Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, la shari’a è dominante nel diritto penale – spiega Deborah Scolart, ricercatrice di Diritto islamico presso l’Università Tor Vergata di Roma. – Il discorso però è complesso. Le forme di applicazione delle regole penali della shari’a possono variare, anche in modo significativo. Un discorso unitario rischia di essere troppo semplicistico”.

D’altra parte non è sempre stata l’applicazione della shari’a nel diritto penale a fare la differenza. “I sistemi giuridici di tutti i paesi musulmani (tranne quelli della Penisola arabica) sono stati modellati dalle ex potenze europee. – spiega Abdullahi Ahmed An- Na’im, docente di Legge alla Emory University School of Law di Atlanta specializzato in diritti umani nell’islam. – L’applicazione della pena capitale nella regione MENA è quindi dipesa dalle procedure di stampo europeo, non dalla shari’a.

Questo è valso per Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Giordania, Libano, Siria e Iraq dagli anni Trenta ai Cinquanta del secolo scorso. In seguito i sistemi legali arabi non hanno seguito gli sviluppi di quelli europei, inclusa l’abolizione della pena di morte”.

Tra l’altro anche in questi paesi, sottolinea Scolart, “si applica il diritto musulmano allo statuto personale, ad esempio per quanto riguarda la famiglia o le successioni”. Ma, come spiega nell’articolo Islam and the death penalty William Schabas, giurista canadese e tra i massimi esperti dell’argomento, in vari settori “tutti i paesi musulmani sono stati flessibili nell’interpretazione della legge islamica. Ma rifiutano di usare lo stesso approccio riguardo alla pena di morte. La religione sembra essere poco più di un pretesto per giustificare il ricorso a punizioni severe, in realtà determinato da mentalità arretrate e repressive nel diritto penale”. Accanto alle ombre, comunque, non mancano le luci. Un altro esempio è il Libano, dove non si registrano esecuzioni dal 2004.

E dove è stata pubblicata la prima traduzione in arabo del capolavoro dell’illuminismo giuridico Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria.

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