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Hong Kong e la rivoluzione degli ombrelli

L’ex colonia britannica cerca un ruolo e un futuro.

Si son visti speranzosi studenti nelle strade, forze dell’ordine nervose, autorità inquiete di fronte a inattese manifestazioni pro-democrazia: il paragone tra le proteste di Hong Kong e quelle di piazza Tienanmen è stato per molti automatico. Ma se il massacro del 1989 fu in un certo senso lo spartiacque di una Cina che usciva dalla povertà per proiettarsi verso un frenetico sviluppo, le manifestazioni di oggi - a prescindere dagli sviluppi nel breve periodo - presentano un enigma che rischia di tormentare Pechino a lungo: come coniugare la “pacifica ascesa” di un Dragone sempre più sicuro di sé, con le aspirazioni di un’ex colonia britannica che non vuole essere inglobata come una città cinese qualunque.
In un territorio che dal 1997 è governato da un “chief executive” nominato da un comitato elettorale di 1.200 membri, le proteste iniziate in settembre hanno sorpreso per la veloce escalation. Ma la decisione di Pechino di concedere l’elezione popolare del capo dell’esecutivo dal 2017, con una scelta però limitata a candidati approvati dall’alto, è stata solo la scintilla: il disagio di Hong Kong covava da anni.
La formula “un Paese, due sistemi” concordata con Londra lasciava spazio all’interpretazione sul grado di autonomia. Molti dei 7,3 milioni di abitanti di Hong Kong si aspettavano una piena democrazia, e già si era visto un malcontento di massa rispetto alle interferenze di Pechino: nel 2003 per una controversa legge di sicurezza nazionale, e nel 2012 contro la proposta di “classi patriottiche” nelle scuole.

“Suffragio universale” o meno, i rapporti tra Hong Kong e la madrepatria erano insomma già in peggioramento, e non solo per questioni politiche. Il massiccio afflusso di turisti cinesi (40 milioni nel 2013, oltre sei volte la popolazione locale), molti dei quali danarosi, ha portato a una bolla immobiliare con prezzi fuori dalla portata dei più, in una città con un quinto degli abitanti sotto la soglia di povertà.

I servizi locali faticano a tenere il passo, il costo della vita è aumentato, le disuguaglianze anche. E il senso di superiorità verso i cugini della Cina Popolare, considerati rozzi e sgarbati, ha un peso: i Cinesi che arrivano a Hong Kong sono spregevolmente definiti “locuste”, sempre più spadroneggianti in casa altrui.

Gli stereotipi valgono anche in senso inverso. Se una volta i Cinesi guardavano alla colonia britannica con un misto di ammirazione e senso di ingiustizia storica da sanare, ora c’è risentimento nell’essere guardati dall’alto in basso da dei connazionali “ingrati”. E in una fase in cui il nazionalismo è diventato ideologia di governo, i distinguo di Hong Kong sono sospetti, nonché percepiti come una minaccia alla stabilità e quindi alla patria stessa. Anche per questo, molti analisti minimizzano il rischio di contagio delle proteste nel resto del Paese, dove comunque una capillare censura mediatica le ha rese praticamente invisibili, o in alternativa le ha dipinte come un subdolo tentativo di destabilizzazione dell’Occidente.

Il tutto avviene mentre a Pechino è al potere Xi Jinping, con una centralizzazione delle decisioni e un culto della personalità inediti dall’epoca di Mao. Dal Mar Cinese Meridionale al Tibet allo Xinjiang, il Dragone sta diventando più audace nell’imposizione del suo controllo sulle periferie; e non gradisce di essere contraddetto, specie da un territorio “ibrido” come Hong Kong. Come ha ricordato Evan Osnos del New Yorker, una direttiva interna del Partito comunista l’anno scorso “identificava sette argomenti ‘innominabili’: democrazia occidentale, ‘valori universali’, società civile, liberalismo pro mercato, libertà di stampa, critiche ‘nichiliste’ alla storia del Partito, e domande sulla velocità delle riforme in Cina. In retrospettiva, un inventario quasi perfetto delle libertà che distinguono Hong Kong”.

Da parte sua, l’ex colonia è spaccata. Se fino a 200mila persone sono scese in piazza, c’è una sostanziosa fetta della popolazione che teme per gli effetti sull’economia, e vuole innanzitutto stabilità. È una divisione che coinvolge moltissime famiglie, con i giovani – le principali vittime dell’erosione della classe media – a occupare le strade e i genitori più pragmatici. “La mia famiglia ha augurato la morte ai manifestanti, pur sapendo che tra ‘quelle persone’ c’ero anch’io. Ora non parlo molto con loro, e torno a casa meno spesso”, racconta Henn Penn, un giovane attivista.

Sul lungo periodo, la questione è: cos’è, e dove va Hong Kong? I numeri non mentono: non è più la porta d’ingresso per la Cina come pochi decenni fa. Se il suo Pil era il 19% di quello nazionale nel 1997, ora si è ridotto al 3%, e la crescita di altre città ha ridotto la sua importanza relativa come centro finanziario e portuale. “Comprensibilmente, molti Cinesi di Hong Kong stanno vivendo una crisi di identità e un senso di dislocamento. Sanno che il loro futuro è inevitabilmente legato alla Cina, ma accettarlo è diverso”, ha scritto lo storico Martin Jacques.

L’integrazione economica è innegabile. Ma è su quella politica e identitaria che si gioca il futuro. Al picco dell’orgoglio patriottico delle Olimpiadi del 2008, un terzo degli abitanti di Hong Kong si definiva “cinese”; oggi sono solo un quinto, mentre il 67% si identifica come “cittadino di Hong Kong”. Una volta si pensava che la formula “un Paese, due sistemi” avrebbe fatto dell’ex colonia un laboratorio per l’inevitabile evoluzione della Cina verso la democrazia. Ora, è Hong Kong che teme invece di essere costretta a fare passi indietro: la metafora della rana che finisce gradualmente bollita nella pentola è comune tra i manifestanti. La scelta è tra il saltare fuori in tempo o l’aspettare di vedere quanto calda sarà l’acqua più avanti, ammesso che non sia troppo tardi. 

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