L’antidoto all’Isis è un “Rinascimento” mediorientale

La nuova generazione di musulmani laici può contrastare i jihadisti.

L’ascesa al potere dell’ISIS, negli ultimi mesi, in Medio Oriente, con la leadership di Abu-Bakr al-Baqdadi, ha suscitato sia la preoccupazione degli Stati mediorientali sia quella del fronte occidentale.

Il primo attacco militare dello scorso settembre da parte della neo-nata alleanza anti-ISIS, composta dagli Stati Uniti e da cinque Stati arabi del Medio Oriente, ha subito suscitato diverse reazioni all'interno dello scacchiere mediorientale.

Gli Israeliani, sebbene in linea con l'attacco, hanno criticato Obama per aver deciso troppo tardi di intervenire sul territorio siriano; i paesi arabi, a maggioranza sunnita hanno plaudito alla nuova strategia di Washington.

La Repubblica Islamica dell'Iran, rappresentante del mondo sciita, ha mantenuto la propria posizione ambigua, condannando da un lato l'attacco militare sul territorio dell’alleato siriano, Bashar Assad, ma lasciando intendere come a Teheran non dispiaccia per niente che gli americani colpiscano i jihadisti sunniti dell'ISIS.

Anche la Turchia ha annunciato di voler sostenere il fronte anti-ISIS, dando, in qualche modo, il proprio consenso alla nuova alleanza strategica.

Tutti i principali attori regionali del Medio Oriente trovano dunque interesse comune a combattere le forze dell'ISIS, percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale e all'integrità territoriale. Iran e Arabia Saudita, ad esempio, sebbene nemici storici su diversi fronti, entrambi preoccupati per l'avvento dell' ISIS, stanno allentando la tensione reciproca, dando vita a un'alleanza del tutto inedita in Medio Oriente.

Sembrerebbe quindi che la presenza dell'ISIS stia di fatto suscitando un fronte comune mediorientale, composto da sciiti, sunniti e curdi, in linea con il fronte occidentale, guidato da Washington, ma sostenuto da Londra e da Parigi.

Sul piano internazionale, si tratta di un'alleanza che va a vantaggio del fronte occidentale e a scapito di quello orientale, composto principalmente da Pechino e da Mosca. Infatti, non sarebbe realistico analizzare il conflitto mediorientale senza tener conto del nuovo conflitto globale in corso tra Occidente e Oriente.

Il Medio Oriente, come altre aree strategiche quali il Caucaso e l'Ucraina, fa parte dei territori contesi tra i due poli egemoni e concorrenti, quello occidentale, guidato da Washington, e quello orientale, guidato da Cina e Russia.

Sebbene, fino ad oggi, la politica estera di Obama non sembra essere riuscita a contenere in modo efficace la crescita dell’influenza in Medio Oriente di Russia e Cina, la nuova linea anti-ISIS della Casa Bianca potrebbe portare lo scenario mediorientale in una nuova dimensione.

Sul fronte europeo, invece, il fenomeno dell’ISIS riesce a rappresentare una fonte di attrazione per almeno due categorie sociali: le seconde e terze generazioni di immigrati musulmani residenti in Europa e gli occidentali convertiti all’Islam.

Chiaramente si tratta di una suddivisione assai generica, nel senso che non intende affermare indiscriminatamente che ognuno degli appartenenti alle dette categorie divenga ipso facto aderente all’organizzazione jihadista, ma che individua in questi due gruppi sociali una maggiore potenzialità di essere attratti da parte della persuasiva comunicazione dell’ISIS.

All’interno della prima categoria, il fenomeno attecchisce soprattutto in virtù di due fondamenti ideologici che ne guidano l’azione, quello dell’anti-imperialismo e quello della giustizia sociale, perseguiti anche con azioni efferate. In particolare è in grado di conquistare adepti tra coloro che non sono riusciti ad integrarsi nelle società europee in cui vivono, trovandosi così emarginati.

Si tratta di una categoria che ha maturato un senso di ribellione nei confronti della società di cui fa parte ed è alla ricerca di una nuova identità politico-culturale in grado di interpretarne la visione critica. L’ISIS, che in qualche modo riesce a raffigurarsi come il portabandiera dei ‘diseredati’ del mondo contro l’arroganza dell’Occidente, riesce a catturare l’interesse di una parte di questa categoria, formata spesso da residenti regolari o cittadini dei Paesi europei.

La seconda categoria, suscettibile al richiamo della retorica politico-religiosa dell’ISIS, è quella degli europei convertiti all’Islam. Una parte di questi manifesta, in realtà, una particolare avversione nei confronti del modello occidentale, nutrendo pertanto una corrispondente simpatia verso la cultura islamica. L’ISIS di fatto raccoglie il sentimento di sfida che alberga sempre più in queste frange di europei convertiti.

Tuttavia, in Europa come in Medio Oriente, esiste la possibilità di un rilevante contropotere a quello dell’ISIS: si tratta di quei giovani che hanno dato inizio alle cosiddette ‘primavere arabe’ prima che queste venissero dirottate dalle forze islamiste e dai militari, i quali vedono nei modelli democratici una via importante per raggiungere il progresso politico e le libertà civili.

Questi giovani autoctoni, a differenza di alcuni propri coetanei emigrati e cresciuti in Europa, cercano una via per raggiungere un nuovo modello improntato alla laicità e al pluralismo politico. E’ questa forza sociale, qualora fosse sostenuta politicamente ed economicamente, costituendo così il vero antidoto all’ISIS, quella in grado di realizzare un rinascimento mediorientale.

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