Scienze - L’uomo, buono e cattivo

Siamo santi caduti nel peccato, o mostri?

Centotrentuno ore di prigionia in una stanza di pochi metri quadrati fanno tutta la differenza del mondo. Tanto è bastato alle vittime di una rapina finita male per trasformarsi da ostaggi, in strenui difensori del fortino assediato. Si parla della sindrome di Stoccolma e di come, nel volgere di poche ore, la psiche umana possa ribaltare ogni nostra convinzione e sistema di valori.
In questa sede m’interessa osservare che i rapitori erano uomini comuni, così come lo erano le vittime. Immaginiamo invece, per gioco, cosa sarebbe successo se i rapitori di questa storia avessero avuto tecnologia aliena insieme a poteri e conoscenze oltre le nostre capacità di comprensione. Obbedienza incondizionata, devozione e probabilmente stupore mistico. Chissà, forse ne sarebbe stata fondata anche una nuova religione.
Ecco, credo che sia questa la condizione cui è sottoposto il nostro cane domestico. Il nostro adorato Fido fin dalla nascita è costretto in ambienti alieni (casa, macchina, etc.), è sottoposto a esperimenti cruenti e incomprensibili (vaccini, esami diagnostici, etc.), è obbligato a officiare strani rituali (inseguire una palla, dare la zampa, etc.) vestendo paramenti sacri (cappottini, sonaglietti, etc.). Per non parlare del fatto che non sembra esserci scampo per nessuno. Come in un film di fantascienza, tutti i membri della mia specie sono stati catturati, i pochi ancora liberi vivono di stenti in clandestinità.

Eppure gli uomini amano il loro cane, e quest’ultimo risponde con affetto sincero e incondizionato. Di quell’affetto, non contaminato dalla cattiveria umana, che solo gli animali possono dimostrare. Qualcosa evidentemente non quadra. Quando l’uomo plasma le tendenze naturali dell’animale, eseguendo alla lettera il manuale di come produrre una duratura ed efficace sindrome di Stoccolma, in realtà è solo contagiato dall’amore panteistico verso la natura. Mentre il suo cane, potenzialmente affetto da disturbo post traumatico da stress cronico, è invece buono di nascita.

Provocazione a parte, la dizione popolare vuole che gli animali nascano buoni, e che la natura sia fondamentalmente equa. Al contrario, l’uomo avrebbe ormai perso la sua illibatezza primordiale, tant’è che la guerra e l’omicidio sembrano nella sua natura fin dall’alba dei tempi. Homo homini lupus, l’uomo ha bisogno di regole e punizioni per fare il bravo. Credo esistano alcuni problemi in questa visione. Innanzitutto di quale natura si parla? Si descrive qui una natura che esiste solo nelle favole, secondo il più classico antropomorfismo superficiale. Superficiale perché costruisce una regola universale, da pochi esempi.

Trasferiamo un colletto bianco in Amazzonia senza attrezzature e chiediamogli, dopo quindici minuti, se quella è la stessa natura di cui discorreva accarezzando il suo cane addestrato. A tale tendenza spesso se ne associa un’altra, similmente nociva come l’antidarwininsmo di ritorno, ovvero il ricordarsi di essere animali anche noi, ma solo a targhe alterne. Se la discussione tratta delle peggiori nefandezze umane, la colpa è tutta di quella scimmia cattiva che, nella postura eretta, e quindi nell’utilizzo delle mani ha gettato il seme della sopraffazione sociale.

Al contrario, se si parla di Pietas, è tutto un fiorire di metafore francescane di comunione con la natura. A mio parere, tali argomentazioni rappresentano il classico luogo comune, del si-stavameglio- quando-si-stava-peggio, qui declinato al “quando eravamo sugli alberi”. Un vuoto richiamo al ritorno alla natura, senza rinunciare alle comodità dell’oggi.

A tal proposito la tesi della comunità scientifica è che “sugli alberi” eravamo esattamente come oggi. Stesse pulsioni e stessa propensione all’egoismo e alla violenza. La differenza risiede solo nella complessità della nostra organizzazione sociale. Una complessità che ci ha permesso un’incredibile creatività nell’esternare le nostre predisposizioni peggiori.

Anche gli scimpanzé imbrogliano, organizzano aggressioni premeditate, indugiano nei vizi come l’alcol, offrono cibo in cambio di sesso e bastonano le femmine. Tutto il campionario del poco di buono. Date loro delle armi efficaci, condite con una buona dose di frustrazione sociale ed ecco a voi l’uomo moderno. Anticipando la controargomentazione, parliamo pure dei bonobo. Come tutti sanno, i bonobo, nostri parenti tanto quanto gli scimpanzé, sono buoni da far quasi schifo. Non imbrogliano e non sono violenti, mangiano pochissima carne e fanno comandare le donne. C’è solo una cosa che li rende un tantino maleducati. I bonobo fanno sesso a scopo non riproduttivo, a tutte le ore e in tutte le combinazioni possibili. Con buona pace dei bacchettoni, e se l’armonia universale ci sta veramente a cuore, quest’ultimo è un prezzo che purtroppo potremmo dover pagare.

Ma quella dei bonobo non è una storia a lieto fine. Per la cronaca, qualche anno fa un team del Max Planck di Lipsia ha sfatato anche quest’ultima nostra fievole speranza di redenzione. A quanto pare, i bonobo non disdegnano le battute di caccia di gruppo e le vittime prescelte sono le specie “inferiori” di scimmie. Il colpo di grazia è che a guidare queste attività spesso sono, ahimè, le femmine del branco.

Dunque, evitiamo pure di usare gli animali per sostenere questa o quell’ipotesi sulla natura dell’uomo e accettiamo che l’uomo non sia nato per la guerra tanto quanto non lo sia per la pace.  

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GUALA
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