La spedizione Balmis

Un re sempliciotto e confuso, ossessionato dalla caccia, ha finanziato la prima campagna globale di immunizzazione.

Correva l’anno 1803 e il re in questione era El Cazador, il cacciatore, Carlo IV di Spagna. Uno degli involontari eroi di questa vicenda, l’erede dei Borbone, era un capolavoro di regale mediocrità: tozzo e ottuso, animato da buone intenzioni ma apatico, poco interessato agli affari di Stato ma ferocemente leale all’istituzione che rappresentava, solenne e sempliciotto, un prodigioso procreatore di eredi per la corona ma sovrano inconcludente.
I poco lusinghieri ritratti del monarca dipinti da Francisco Goya rivelano l’opinione che avevano di lui i suoi contemporanei. Théophile Gautier, in uno di questi ritratti ravvisava il re e la sua famiglia alla stregua del “panettiere del quartiere con la moglie dopo aver vinto la lotteria”. Nel 1803 gli affari di Stato erano ormai gestiti dalla regina, Maria Luisa di Parma, e dal suo amante, Manuel de Godoy, e il Regno di Spagna precipitava verso il collasso e la resa all’esercito napoleonico.
All’epoca le scienze e la filantropia illuminata avevano un tale ascendente sulle élite europee, che perfino un sempliciotto in braghe di velluto ne era a conoscenza. Perciò quando i suoi consiglieri suggerirono di intraprendere una campagna per immunizzare le popolazioni dei domini americani contro il vaiolo, il monarca Borbone non poté che accogliere il suggerimento con favore. D’altronde il virus era già costato la vita a un fratello e a una cognata di Carlo IV, oltre a lasciare la figlia butterata a vita.

A quei tempi il vaiolo costituiva il peggior rischio potenziale per le famiglie regnanti d’Europa, più dei moti rivoluzionari e anarchici. Mietendo vittime tra le famiglie reali alterava imprevedibilmente gli equilibri di potere tra pretendenti e case reali, mettendo a repentaglio le rispettive ambizioni dinastiche.

Era anche una questione di soldi. Il Consiglio delle Indie convocato da Carlo IV nel 1802 a seguito dei focolai di vaiolo scoppiati nelle colonie americane, ammonì che lo spopolamento causato dalla malattia avrebbe comportato una riduzione dei tributi e penalizzato le attività minerarie, commerciali e agricole. Una campagna umanitaria per debellarla sarebbe stata pertanto nell’interesse a lungo termine del regno.

La scienza venne in aiuto sotto forma di tre intraprendenti medici e alcune decine di orfani, eroi, loro malgrado, di questa storia.

Il primo fu il medico condotto britannico Edward Jenner. Incuriosito dai racconti popolari secondo i quali le mungitrici divenivano immuni al vaiolo dopo aver contratto quello bovino, Jenner decise di inoculare questa variante meno invasiva della malattia in un bambino di 8 anni. Dopo 10 giorni il bambino fu sottoposto di nuovo a inoculazione. Questa volta però con materiale estratto da una lesione umana del vaiolo. Il bambino non sviluppò alcun sintomo. Era il maggio del 1796 e il mondo aveva finalmente un alleato contro il fatale virus, oltre ad aver acquisito il termine vaccino (da vacca).

Fu un’enorme conquista, perché tra le conseguenze dell’inoculazione diretta del virus c’erano delle terribili cicatrici o, peggio ancora, pustole infette. Il vaccino di Jenner, invece, eliminava il rischio di contagio diretto ed era più semplice ed economico: le persone vaccinate in questo modo non dovevano restare in isolamento per due settimane.

Nonostante l’ostilità e le resistenze dei colleghi e dell’opinione pubblica, di lì a poco il vaccino di Jenner divenne pratica comune. Alla fine del 1801 nella sola Inghilterra erano già state vaccinate più di 100.000 persone e la ricerca tradotta in tedesco, francese, spagnolo, olandese, italiano e latino. Perciò a quell’epoca sia Carlo IV che il suo medico di  corte, il Dott. Joseph Flores, l’avevano letta.

Il Dott. Flores era un uomo di grande ingegno. Capì che con i trasporti spaventosamente lenti di allora e in mancanza di contenitori refrigeranti e sterili, il modo migliore per conservare il vaccino durante la traversata e oltre sarebbe stato mediante il contagio da persona a persona. A questo scopo, furono scelti 20 orfani: ognuno di loro avrebbe svolto funzione di contenitore umano per poi infettare un altro bambino con i fluidi delle sue ulcere e così fino al Nuovo Mondo.

Il dottor Francisco Balmis, il terzo medico di questo notevole trio, ebbe il compito di portare a termine l’impresa. La sua nave levò gli ormeggi dal porto di La Coruña, Spagna, il 30 novembre 1803. Il medico fece ritorno in Portogallo tre anni più tardi dopo aver guidato una erculea campagna dapprima oltre oceano fino a Portorico, e di lì fino a Cuba e Messico (dove Balmis raccolse un nuovo gruppo di orfani!) e infine nelle Filippine. Il suo assistente, il dottor José Salvany, la estese verso sud, fino in Colombia e Ecuador.

Dopo 33 mesi di viaggi spesso estenuanti, sopravvivendo a malattie e naufragi, sopportando il rifiuto di alcuni e rincuorati dalla gratitudine di molti, le due spedizioni riuscirono a vaccinare centinaia di migliaia di persone. Avevano persino impiantato dei comitati di vaccinazione per mantenere immunizzate le popolazioni e posto un’importante pietra miliare per le future iniziative umanitarie e sanitarie mondiali.

L’eroismo da solo non poteva sperare di liberare due continenti dalla minaccia del vaiolo. La spedizione Balmis aveva scritto solo il primo capitolo della lotta contro il letale virus. La fortuna del re e dei tre medici si sarebbe presto esaurita e con essa l’idealismo che aveva caratterizzato l’impresa.

Carlo IV di Spagna fu costretto ad abdicare e morì in esilio. Balmis morì trascurato e dimenticato. Persino Jenner ebbe una fine miserabile, sopraffatto dal dolore per la morte della moglie e del figlio maggiore. Solo agli orfani andò un po’ meglio: in cambio dei loro servigi furono istruiti a spese della corona.

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