Taccuino da Washington

Nervi tesi alla Banca Mondiale Acque agitate alla Banca Mondiale, dove la ristrutturazione varata dal presidente Jim Yong Kim incontra forti resistenze, con interruzioni del lavoro settimanali e assemblee dei dipendenti. Kim vuole tagliare 500 posti di lavoro nei prossimi tre anni e ridurre il bilancio di 400 milioni di dollari.

In corso anche il passaggio dell'istituzione di Washington - che conta 16 mila lavoratori e ha perso terreno nei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo - da una struttura organizzata per direzioni geografiche a una basata su 14 aree funzionali.

La protesta più clamorosa è avvenuta durante gli Annual Meetings di Banca e Fmi con un'affollatissima assemblea nella quale il presidente - un medico statunitense di origini coreane - ha cercato invano di rassicurare la platea. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la scoperta di un bonus biennale da 94.750 dollari a favore del direttore finanziario Bertrand Badré che si aggiunge a uno stipendio esentasse da 379.000. La cancellazione del bonus non ha placato gli animi. Anche perché le critiche a Kim sono centrate su argomenti di peso: dalla poca conoscenza delle tematiche dello sviluppo, alla mancanza di trasparenza del riassetto, all'eccessivo peso dato in tale processo a consulenti esterni come McKinsey, Deloitte e Booz Allen (costo: 12,5 milioni di dollari), con un disegno che rischia di burocratizzare ancor più un organismo già molto complesso.

Sauditi che vanno, Emirati che arrivano 

Gli Emirati Arabi Uniti stanno diventando un alleato sempre più importante degli Stati Uniti nello scacchiere mediorientale. La presenza Usa nella base aerea di Al-Dhafra, che il Pentagono non ha mai riconosciuto pubblicamente, è una parte vitale della campagna militare guidata dagli Usa contro lo Stato islamico (i jihadisti dell’Isis): dalle due piste di questa struttura sono stati lanciati più attacchi aerei che in ogni altra base mediorientale. Attacchi nei quali gli aerei Usa (anche il più sofisticato F-22 Raptor) sono stati spesso accompagnati con ruoli di primo piano da F-16 dell’aviazione degli Emirati. È solo l’ultimo segnale di un’amicizia cresciuta rapidamente negli ultimi anni, proprio mentre le relazioni di Washington con altri importanti Paesi arabi, dall’Egitto, all’Arabia Saudita, si raffreddavano. Nuovi dettagli su quanto stretti siano i rapporti Usa-Eau sono stati forniti dai vertici del piccolo Stato al Washington Post. L’abbandono della tradizionale riservatezza appare mirato a far conoscere il contributo militare degli Emirati, in un momento in cui cercano di convincere l’amministrazione Obama a vendere altri 30 aerei F-16 e ad adottare una linea più dura con l’Iran. Pur avendo quasi 10 milioni di abitanti e un territorio più piccolo dell’Austria, gli Emirati si trovano al quindicesimo posto nella graduatoria mondiale della spesa in armamenti e sono il quarto importatore globale di armi. L’alleanza con gli Usa va oltre l’aviazione: il porto di Jebel Ali, vicino a Dubai, è il più trafficato scalo estero per la marina statunitense. Abu Dhabi è stata la prima capitale araba a mandare truppe di élite in Afghanistan, nel 2003, e le ha mantenute per 11 anni. Con i 6 aerei F-16 inviati ha lì svolto missioni di attacco in ambito Nato in stretto coordinamento con la US Air Force. I vertici militari Usa ritengono che i massicci acquisti di armi degli Emirati – che non chiedono sussidi a Washington – puntino non solo a dissuadere l’Iran ma anche a corteggiare gli Usa. “Pensano che se prendono quel tipo di impegno verso i loro militari ciò servirà a innescare un nostro maggiore impegno verso di loro”, ha commentato il generale Anthony Zinni ex comandante di tutte le forze militari Usa in Medio Oriente. 

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