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Arrivano gli “yanqui”

Dopo più di cinquant’anni Cuba riapre le porte al mondo. In vista molti cambiamenti economici, ma pochi politici.

Armando López è un pensionato cubano di 77 anni. Quando lo scorso 17 dicembre ha saputo che Usa e Cuba avevano sottoscritto un accordo per riallacciare relazioni diplomatiche, si è domandato se avrebbe avuto occasione di dare il benvenuto a quegli yanqui il cui governo, presieduto dal repubblicano Dwight D. Eisenhower, le aveva interrotte il 3 gennaio 1961.

“Mi ricordo bene quel giorno. A L’Avana era calato il gelo”, ricorda l’anziano che all’epoca, 24enne, vendeva automobili. “Vicino all’ambasciata americana, di fronte al mare, decine di persone continuavano a gridare gli slogan ‘Fidel, Fidel, que tiene Fidel que los americanos no pueden con él’ (Fidel, Fidel, che mai avrà Fidel, che gli Americani non riescono a sconfiggerlo) e ‘Yanquis go home!’. 53 anni dopo, è tutto diverso, e forse più complicato”, dice López.

L’annuncio della “normalizzazione” è stato comunicato a Washington e L’Avana un anno dopo la stretta di mano tra Raúl Castro e Barack Obama, in occasione del funerale di Nelson Mandela il 10 dicembre 2013. 

“Passerà parecchio tempo, credo, prima che aprano un McDonald’s dietro casa mia”, conclude López. “Tra i due governi ci sono troppe differenze, soprattutto ideologiche”. Chiede di restare anonimo un economista che lavora per lo Stato cubano, secondo il quale le nuove relazioni con Washington avranno un notevole impatto sull’economia nazionale.

“Sarà un processo lento. Il governo dovrà consolidare il programma di cambiamenti con il quale lasciarsi alle spalle la stagnazione della nostra economia statalista di stampo sovietico”, afferma. “Porteranno soldi”, prevede. “Le prime entrate arriveranno con i turisti americani e forse il loro numero non si discosterà di molto dalle previsioni: un milione di arrivi appena rimossi i divieti dell’embargo. Ma gli aggiustamenti politici si faranno attendere”.

Quando Fidel sei anni fa, 87enne, si è ammalato gravemente, il líder histórico è stato sostituito alla presidenza dal fratello Raúl. Quest’ultimo ha aperto una fase di cambiamento economico tuttora in corso, che ha permesso l’impiego nel settore privato di 476.000 cittadini. Sono sorte centinaia di cooperative, gestite da chi fino a poco tempo prima era impiegato dallo Stato. Terre statali in disuso sono state consegnate a 177.000 agricoltori. Il cambiamento dovrebbe rendere più efficienti anche le grandi imprese di Stato sulle quali, secondo il pensiero ufficiale, poggia l’economia nazionale.

“Tutto sembra indicare che il percorso sarà un’apertura regolata dell’economia ai mercati internazionali”, è l’opinione dell’esperto. Nonostante i cambiamenti – ritenuti dai critici lenti e insufficienti – l’economia cubana ha passato un brutto anno. La crescita del Pil è stata “inferiore a quella prevista”, 1,3% invece di 2.

Responsabili della “decelerazione”, a detta delle autorità, sarebbero la crisi globale e l’embargo degli Usa. La posizione ufficiale è che “l’attuazione del modello cubano” procede “senza fretta ma senza pausa”, ma ammette anche che per vedere risultati positivi occorrerà più tempo. Le autorità sperano in un incremento del 4% di Pil nel 2015 che permetta all’economia di recuperare la mancata crescita.

Per attrarre i capitali esteri, il governo intende fare leva sui vantaggi fiscali e le facilitazioni per l’esportazione dei capitali introdotti da una nuova legge sugli investimenti stranieri, e mette sul piatto anche la nuova Zona di sviluppo economico, 50 km a ovest della capitale. Se la “normalizzazione” delle relazioni seguirà il giusto corso, dicono i funzionari, gli investimenti arriveranno. Dagli Usa ma anche da Spagna, Italia, Paesi Bassi, Francia, Russia, Vietnam, Cina, Brasile, Messico e Canada, per dirne alcuni.

Nel 2015 Cuba dovrà risolvere anche il problema della doppia valuta: il peso nazionale e il cuc, una moneta-divisa che vale 24 pesos. La circolazione in parallelo di due monete fin dagli anni Novanta ostacola le transazioni finanziarie e zavorra il potere d’acquisto dei già scarni salari dei Cubani. Nel predominante settore statale la media non arriva ai 20 dollari mensili.

Eppure, basta uno sguardo per capire quanto L’Avana e le altre regioni dell’isola caraibica siano già cambiate. Non ci sono dati ufficiali, ma si sa che una minoranza delle quasi 500.000 persone che lavorano in proprio già intasca varie centinaia di dollari e in, qualche caso, migliaia, ogni mese. Tra le attività “di lusso”, riscuotono particolare successo i ristoranti di livello internazionale.

“Non mi posso lamentare, siamo sempre pieni”, dice Carlos, impeccabile proprietario di un bar-ristorante a L’Avana, i cui prezzi sono ancora troppo alti per gran parte dei Cubani.

Nella capitale circolano sempre più auto moderne da quando nel 2012, dopo 40 anni, ne è stata permessa la compravendita. Anche il mercato immobiliare, azzerato per 50 anni, è in crescita.

La “modernizzazione” economica deve ancora risolvere una serie di problemi infrastrutturali, come l’accesso a Internet, ancora molto limitato. Per i Cubani resta il divieto di usare la rete da casa. Ciononostante, il monopolio statale delle telecomunicazioni, Etecsa, ha annunciato che “sta studiando le condizioni per ampliare l’accesso”. Già da qualche mese, il governo ha aperto locali dove si può navigare su Internet. Nel 2015, anche la disponibilità del wi-fi dovrebbe espandersi a poco a poco.

La sfera politica non sembra scalfita dal cambiamento, anche se ora ammette le “critiche costruttive”. Il governo insiste che il sistema continuerà a poggiare su concetti comunisti quali il partito unico e una stampa e un sindacato al servizio del “socialismo”, e che non accetterà un’opposizione “alla mercé dell’impero”. 

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