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Il commercio Sud-Sud ruba mercati al Nord

I Paesi del Sud-Sud acquisiscono una sempre maggiore quota di mercato.

Protesi mediche prodotte in India e vendute in Kenya, petrolio e gas naturale ma anche frutta e verdura coltivata in immense piantagioni africane e consumate sulle tavole dei ricchi Emirati arabi. Il commercio Sud-Sud, quello cioè tra i paesi geograficamente posizionati nel Sud del mondo, è ormai una delle voci più dinamiche dell’economia mondiale.

Con lo stallo del Doha Round (l’ultimo round dei negoziati della World Trade Organization o WTO, che dura da 14 anni) e con la crisi economica che ha indebolito le economie avanzate, il mondo che cresce e va avanti – quello dei paesi in via di sviluppo o ex tali – si è organizzato. La risposta è stata la proliferazione di accordi bilaterali e regionali di libero scambio e, nel caso dell’agricoltura, l’uso crescente di standard privati. E questo nonostante le molte preoccupazioni in termini di equilibrio dei poteri internazionali che questo desta da più parti.

Gli accordi di libero scambio rappresentano infatti da sempre un potentissimo strumento non solo economico ma di creazione di rapporti tra le nazioni, che spesso finiscono per creare forti legami di interdipendenza politica tra i partner. E spesso anche “standard” diversi tra paesi o aree geografiche. Esattamente il contrario dell’obiettivo del WTO. 

Tanto che qualche anno fa l’allora direttore del WTO Pascal Lamy dichiarò che “il proliferare degli accordi commerciali regionali desta preoccupazione per l’incoerenza, la confusione, la crescita esponenziale dei costi per il business e per l’imprevedibilità e per l’iniquità che a volte crea nelle relazioni commerciali”.

Ma questi allarmi non hanno certo arrestato il commercio. Così, secondo la stessa WTO, negli ultimi 20 anni (1990-2010) i trattati di libero scambio in essere sono passati da 70 a 300, con forte contributo dei paesi del Sud del mondo. E gli accordi di libero scambio tra paesi in via di sviluppo rappresentano circa due terzi del totale.

Anche i valori coinvolti sono impressionanti. Secondo le stime dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development, Handbook of Statistics 2013) relative al 2012, negli ultimi 20 anni il valore del commercio mondiale è più che triplicato a 18mila miliardi di dollari.

Metà di questa crescita è attribuibile alle esportazioni dai paesi in via di sviluppo, che ormai pesano per il 45% sul totale. E se andiamo a guardare al solo commercio tra paesi del Sud del mondo, questo ha raggiunto il valore di 4.700 miliardi di dollari, più di un quarto del totale.

Non sorprenderà che a guidare questa crescita esponenziale siano stati i paesi asiatici, seguiti a stretto giro da quelli del Sud America. In Asia gli accordi regionali o bilaterali di libero scambio sono passati da 3 a 61 in soli 10 anni (2000-2010), con un valore degli scambi tra i paesi dell’area che nel 2012 ha raggiunto i 3.500 miliardi di dollari. E il trend non è certo in rallentamento: l’ultimo accordo di libero scambio nell’area è stato firmato a fine 2014 tra i due big dell’area, Cina e Corea del Sud. E non è difficile capire quali ne siano le sue potenziali implicazioni, trattandosi del primo e del settimo paese esportatore a livello mondiale…

A fare la parte del leone è stata naturalmente la Cina, che alla fine del 2012 aveva esportato prodotti per 1.000 miliardi di dollari verso gli altri paesi in via di sviluppo. Ma molti altri sono i paesi che, grazie all’esplosione del commercio Sud-Sud, sono diventati nuovi protagonisti dell’export: oltre ai soliti noti (esportatori di petrolio e gas naturale), tra le new entry di questo grande processo di crescita export-oriented figurano il Vietnam, l’Egitto, l’India, la Turchia, il Perù, la Colombia, il Brasile, il Messico e il Cile.

Ma la storia di sviluppo commerciale più sorprendente degli ultimi anni è targata Africa. Tra il 1995 e il 2012 sono stati i paesi del Continente nero a registrare i più elevati tassi di crescita delle esportazioni verso altre destinazioni del Sud del mondo, con risultati significativi anche per gli stati africani più arretrati. Questi ultimi, in particolare, hanno saputo cogliere l’onda della crescita asiatica, puntando a esportare i propri prodotti energetici, agricoli e manifatturieri laddove l’Asia ne aveva più bisogno, ricevendone in cambio – in aggiunta – un flusso consistente di investimenti diretti dall’estero. In questo modo si sono creati legami non solo economici ma fortemente geopolitici, che oggi preoccupano non poco i grandi paesi occidentali ex protagonisti delle colonizzazioni, che faticano a mantenere le relazioni un tempo privilegiate con molti di questi paesi.

Secondo il Fondo monetario internazionale, quasi la metà delle esportazioni cinesi ha oggi come destinazione paesi in via di sviluppo, una percentuale che sale al 60% per altri protagonisti del commercio mondiale quali Brasile e India.

E soprattutto, secondo le proiezioni del Fondo, i tassi di crescita del commercio Sud-Sud di ciascuna di queste economie sono destinati a superare quelli degli scambi con il resto del mondo fino al 2050.

Un trend con delle implicazioni fortissime in termini di equilibri economici e politici mondiali, che conta ben più del mero calcolo attuariale del valore degli scambi esistenti. 

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