Il governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda

‘’Imparare dai propri errori’’, questo è il rimedio di Kuroda per prevenire un altro collasso.

REUTERS/CONTRASTO/YUYA SHINO

"Mai porre limiti alla politica monetaria”. Una visione che non è esattamente quella prevalente nel mondo delle banche centrali. Specie nell’area euro, in cui la Banca centrale europea (Bce) ha un solo mandato, quello del tasso d’inflazione prossimo al 2%.

Eppure, questa frase non è sbagliata. Lo ha dimostrato Mario Draghi lanciando il suo bazooka a fine gennaio. Del ruolo della politica monetaria e di altro abbiamo parlato con Haruhiko Kuroda, governatore della Bank of Japan.

Subito una domanda scomoda: l’Abenomics, ovvero il pacchetto di stimoli lanciato dal Giappone per il rilancio economico, funziona o no? L’economia giapponese ha passato un periodo negativo negli ultimi decenni, ma noi siamo sicuri che tramite l’Abenomics ci potrà essere un significativo rilancio nel lungo periodo. In molti chiedono che i risvolti positivi siano immediati, che l’economia torni a crescere in poco tempo, ma ogni volta che si parla della mentalità degli agenti economici bisogna essere cauti e non creare false aspettative. Noi abbiamo sempre ricordato a tutti che ci sarebbe stato un beneficio nel lungo periodo. L’Abenomics è un pacchetto di misure, come ha detto lei, non una freccia sola da scoccare. Bisogna avere tempo. 

Com’è stata la gestione della crisi da parte dell’area euro dal 2009 a oggi?
L’eurozona ha saputo gestire in modo positivo alcune cose e altre meno. Fra queste ultime, in particolare, c’è la lentezza con cui ha capito che la crisi della Grecia poteva essere risolta in modo diverso. E che la deflazione può essere un problema preciso per le economie fortemente indebitate.Ora che Mario Draghi ha lanciato il suo programma di Quantitative easing (Qe) da oltre 1.000 miliardi di euro, mi attendo che possa esserci un rimbalzo. Ma Draghi fa bene a ricordare che senza i governi, la Bce può poco. L’eurozona deve riformare se stessa e superare le divisioni attuali. Solo così la politica monetaria potrà essere effettiva e l’area euro potrà tornare a crescere.

Molto spesso si parla di rischio di “sindrome giapponese” per la zona euro. Esiste questa possibilità?

È suggestivo quando i banchieri centrali mondiali, così come gli analisti e gli economisti, guardano alla deflazione giapponese. La comparazione con l’eurozona di oggi, secondo me, non ha troppo senso. Ci sono troppe differenze, come l’apertura delle due economie e il contesto storico. Oggi stiamo vivendo un periodo di estrema liquidità sui mercati finanziari, mai così elevata, eppure gli investitori snobbano l’area euro. La domanda da porsi è: perché?

Già, perché?

Perché se è vero che c’è tanta liquidità, è altrettanto vero che le asimmetrie sono tante. Gli Stati Uniti hanno avuto la peggiore crisi finanziaria dal 1929, si sono fermati, hanno ripulito i bilanci delle banche in modo netto e sono ripartiti. Il Giappone ha subito il contagio della crisi statunitense, e poi ha lanciato il suo programma di Qe qualitativo, che nel lungo periodo avrà un impatto positivo. La zona euro è in ritardo. Serve più competitività e più visione a lungo termine. L’innovazione può essere fondamentale per la ripresa dell’area euro, così come lo è stata per gli Stati Uniti e così come può esserlo per il Giappone.

L’eurozona rischia una stagnazione secolare, come dice da tempo Joseph Stiglitz?

Io non credo che l’eurozona sia a rischio di uno scenario di stagnazione secolare. Molto dipende dal Qe lanciato in questi giorni. Se la Bce riuscirà a rivitalizzare l’economia, allora sarà possibile evitare questa eventualità. Ma dipende molto da quanto i governi capiranno che le riforme sono necessarie per avere un futuro migliore. La credibilità della Banca centrale, unita alla responsabilità dei governi e alla voglia di costruire il futuro, può fare molto. Bisogna avere una visione di lungo periodo. Sempre.

Infine, una domanda da un milione di dollari: torneremo mai al livello di rischi presi prima del collasso di Lehman Brothers?

È una domanda la cui risposta è difficile. No, non credo che torneremo mai alla situazione precedente a Lehman Brothers. Perché ogni crisi, ogni bolla sui prezzi, ogni asimmetria, è diversa dalle altre. Ci possono essere dei punti di contatto, ma l’evoluzione tecnologica e intellettuale creano sempre le condizioni per crisi diverse. L’importante non è tanto capire se si svilupperà una nuova crisi, bensì capire dove si può creare, costruire dei meccanismi capaci di contingentarla a quella singola area e imparare dai propri errori. Le crisi e le bolle fanno parte della natura dell’uomo.

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GUALA
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